Yemen: gli ultimi aggiornamenti su una situazione militare “terribile”

Pubblicato il 19 febbraio 2020 alle 10:34 in Medio Oriente Yemen

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L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, ha affermato che la “terribile” situazione militare in Yemen mina gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite e continua a causare decine, forse centinaia, di vittime civili. Riad, intanto, cambia direzione.

Le parole dell’inviato sono giunte il 18 febbraio, nel corso di un incontro del Consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui è stato riferito che sia la coalizione a guida saudita, appoggiata dagli Stati Uniti, sia i ribelli sciiti Houthi hanno affermato di aver raggiunto risultati rilevanti sul campo, in ambito militare, e continuano a scambiarsi affronti e minacce. Nella medesima occasione, le Nazioni Unite hanno ringraziato l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti per il finanziamento offerto, volto a facilitare le operazioni umanitarie, sebbene continuino ad essere numerosi gli ostacoli che impediscono alle organizzazioni umanitarie di prestare soccorso nelle aree controllate dagli Houthi.

A detta di Griffiths, nelle ultime settimane, le ostilità hanno assistito ad un’escalation su diversi fronti, precedentemente caratterizzati da una calma apparente, così come è stato registrato un aumento di attacchi aerei e bombardamenti al confine. In tale quadro, aumenta giorno dopo giorno il bilancio delle vittime civili, tra cui anche donne e bambini e, a detta dell’inviato, le ostilità rischiano di aumentare di fronte alle continue interruzioni del percorso politico. Pertanto, le diverse parti coinvolte nel conflitto sono state esortate a raggiungere un compromesso per raggiungere una pace senza condizioni.

Un’altra questione riportata riguarda il porto di Hodeidah, da cui passa circa il 70% delle importazioni in termini di merci e aiuti umanitari. Dal 19 ottobre 2019, la Missione delle Nazioni Unite ha iniziato ad istituire posti di blocco e di monitoraggio a Hodeidah, con il fine ultimo di riportare la tregua nella regione. Il dislocamento delle truppe è una parte cruciale dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto in Svezia l’ultimo giorno dei colloqui di pace, il 13 dicembre 2018. Quest’ultimo è un patto in base al quale i ribelli sciiti Houthi avevano accettato di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area.

Tuttavia, il 18 febbraio, Griffiths ha affermato che la situazione attuale ad Hodeidah è vulnerabile e presto potrebbe assistere a maggiore violenza. A tal proposito, le parti impegnate nel conflitto sono state esortate a rispettare gli accordi precedentemente raggiunti, anche in merito al rilascio dei prigionieri. In tale quadro, il 16 febbraio, le Nazioni Unite hanno reso noto che le parti in conflitto hanno concluso un accordo per il primo scambio di prigionieri dal 2014, a seguito di sette giorni di negoziati svoltisi ad Amman, in Giordania. Ciò ha rappresentato un notevole risultato e, pertanto, il 18 febbraio, Griffiths si è detto in attesa di una concreta applicazione. Nel patto raggiunto il 16 febbraio non è stato specificato il numero di prigionieri che saranno rilasciati, ma questo fa parte dell’accordo siglato a Stoccolma, che prevedeva lo scambio di 15 mila prigionieri. Gli Houthi hanno riferito che saranno liberate 1.400 persone, tra cui anche sauditi e sudanesi.

Durante il meeting del 18 febbraio, il capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, Mark Lowcock, ha affermato che, sin da metà gennaio 2020, i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a stanno assistendo ad una escalation di violenza che ha causato lo sfollamento di più di 35mila persone, mentre sono circa 160 i civili yemeniti morti e feriti nello scorso mese nell’intero Paese. In tale quadro, è stato riferito che il bombardamento contro due ospedali a Ma’rib ha impedito a 15.000 cittadini di ricevere l’assistenza sanitaria necessaria.

Tra gli ultimi episodi riportati sul campo, le forze della coalizione a guida saudita, sin dal 17 febbraio, si sono scontrate con i gruppi tribali nella provincia orientale di al-Mahra, vicino al confine con l’Oman. Per la coalizione si tratta di battaglie volte a contrastare le attività di criminalità organizzata e, in particolare, il contrabbando di armi, ma queste hanno consentito alle forze saudite, il 18 febbraio, di rafforzare il proprio controllo sull’area portuale. La regione rappresenta una delle maggiori aree yemenite in termini territoriali, precedentemente esclusa dal conflitto che ha interessato il resto del Paese. Nel 2017, l’Arabia Saudita ha dispiegato proprie forze e, da allora, ha assunto il controllo dell’aeroporto e dell’area portuale, stabilendo altresì decine di basi militari.

Dal 17 febbraio, l’Arabia Saudita, dopo essersi ritirata dalle regioni a Nord e a Sud occupate dagli Yemen, ha rivolto lo sguardo verso al-Mahra, dove le tribù locali si sono viste costrette a rispondere con forza e violenza, sebbene con mezzi ed equipaggiamenti di minore portata. Pertanto, il governatorato un tempo considerato pacifico, è divenuto un nuovo fronte militare. Per alcuni, tale cambio di rotta rappresenta un tentativo di Riad di controbilanciare le perdite subite nel resto del Paese, con il fine ultimo di stabilire una presenza del governo legittimo e di conquistare un importante sbocco sul Mar Arabico.

La guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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