Libia: il governo tripolino si ritira dai negoziati

Pubblicato il 19 febbraio 2020 alle 11:18 in Africa Libia

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Il governo tripolino ha annunciato, nella sera del 18 febbraio, di essersi ritirato dai negoziati del comitato militare congiunto 5+5, a seguito delle violazioni da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Il Comitato militare congiunto è formato da cinque rappresentanti dell’LNA e da altrettanti membri del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). L’obiettivo era avviare discussioni e colloqui volti a porre una tregua al conflitto libico e all’istituzione di un meccanismo che lo monitori. Il primo incontro ha avuto luogo il 3 febbraio a Ginevra, sotto l’egida delle Nazioni Unite, mentre il secondo round è stato intrapreso il 18 febbraio.

Tuttavia, nella medesima giornata, le forze dell’LNA, guidate dal generale Khalifa Haftar, hanno condotto un attacco aereo, per mezzo di missili, contro l’area portuale della capitale Tripoli. A detta dell’esercito di Haftar, l’obiettivo era un’imbarcazione con a bordo armi di provenienza turca, sebbene, il 19 febbraio, ufficiali turchi abbiano affermato che non vi era alcuna nave cargo di Ankara nelle acque libiche al momento dell’attacco.

Il GNA, dal canto suo, ha affermato gli incontri del comitato militare 5+5 sono sospesi fino a quando Haftar non porrà un freno alle proprie aggressioni, in quanto negoziare in un clima di violazioni e ostilità non ha senso. Tripoli si è poi detta determinata a rispondere all’accaduto. Secondo il governo tripolino, attraverso l’ultimo attentato, gli attacchi contro i quartieri residenziali, l’aeroporto e il porto, oltre alla chiusura dei siti petroliferi, con il relativo blocco delle esportazioni, Haftar mira a creare una situazione di caos nel Paese, minando la stabilità dell’intera popolazione libica. Ciò, per il GNA, ha luogo dopo che il generale sta assistendo al fallimento del proprio sogno, ovvero la conquista del potere in Libia.

Secondo quanto riferito da Tripoli, tutto ciò rappresenta un’ulteriore violazione degli accordi di cessate il fuoco precedentemente stabiliti. Il riferimento va, in particolare, al 12 gennaio, quando Haftar e il premier a capo del Consiglio presidenziale tripolino, Fayez al-Sarraj, si sono recati a Mosca per firmare il primo accordo ufficiale volto a porre fine al conflitto libico, sotto l’egida di Russia e Turchia. Tuttavia, il generale dell’LNA, dopo aver chiesto, al termine dei colloqui, ulteriore tempo per esaminare il patto, ha lasciato la capitale russa senza firmarlo. Successivamente, il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Non da ultimo, per il governo tripolino, l’operazione di Haftar viola altresì la risoluzione approvata il 12 febbraio scorso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questa, la numero 2510, è stata proposta dalla Gran Bretagna e avallata da 14 membri. Gli Stati membri sono stati esortati a non interferire nel conflitto libico e a non prendere qualsiasi tipo di misura che possa aggravare ulteriormente la situazione, oltre a rispettare l’embargo sulle armi sancito nel 2011. Inoltre, le parti coinvolte nella crisi libica sono state invitate a rispettare i risultati della conferenza di Berlino e a favorire un cessate il fuoco permanente.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

In tale quadro, nella sera dell’11 febbraio, il Consiglio di Sicurezza ha adottato, con una maggioranza pari a 14 voti, una risoluzione congiunta tedesco-britannica che estende fino al 30 aprile 2021 l’embargo sulle armi, nonché altre misure relative a petrolio, divieti di trasferimento di merci e persone e congelamento di beni. La risoluzione, inoltre, impone agli esperti delle Nazioni Unite incaricati di monitorare l’applicazione delle sanzioni e di presentare relazioni su ogni attività relativa alle operazioni di import ed export illegali, soprattutto di petrolio, greggio e prodotti petroliferi raffinati. La Russia si è astenuta dal voto di tale risoluzione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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