La guerra dei media tra Cina e Stati Uniti

Pubblicato il 19 febbraio 2020 alle 19:53 in Cina USA e Canada

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La Cina ha revocato le credenziali per la stampa a 3 giornalisti del Wall Street Journal, dopo che il quotidiano si è rifiutato di scusarsi per un articolo che definisce la Cina il “vero malato dell’Asia”. 

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha affermato che Pechino non ha gradito un articolo del 3 febbraio, che ha definito “razzista” e denigratorio nei confronti degli sforzi cinesi per combattere l’epidemia di coronavirus che sta affliggendo in particolare la città di Wuhan, nella provincia di Hubei. “Il popolo cinese non accoglie con favore i media che pubblicano dichiarazioni razziste e attaccano maliziosamente la Cina”, ha riferito Geng, il 19 febbraio. “Alla luce di ciò, la Cina ha deciso di revocare le autorizzazioni per la stampa dei 3 corrispondenti del Wall Street Journal a Pechino, a partire da oggi”, ha aggiunto. 

I giornalisti in questione non sono stati nominati dal portavoce cinese. Tuttavia, il Wall Street Journal ha affermato che al suo vice capo ufficio, Josh Chin, e ai giornalisti Chao Deng e Philip Wen, è stato ordinato di lasciare il Paese entro 5 giorni. Chin e Deng sono cittadini statunitensi e Wen è australiano. Il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha immediatamente condannato la decisione della Cina. “I Paesi maturi e responsabili comprendono che una stampa libera riporta fatti ed esprime opinioni. La risposta corretta è presentare argomenti contrari, non limitare l’espressione”, ha affermato Pompeo in una dichiarazione. Da parte sua, anche l’associazione dei corrispondenti stranieri in Cina ha espresso “profonda preoccupazione e forte condanna” per tali eventi. “L’azione intrapresa contro i corrispondenti del Journal è un tentativo estremo e ovvio da parte delle autorità cinesi di intimidire la stampa straniera, attuando una punizione contro i loro corrispondenti in Cina”, ha riferito l’associazione.

La mossa di Pechino è arrivata dopo che gli Stati Uniti avevano reso noto, il 18 febbraio, che 5 aziende nel settore dell’informazione, di proprietà statale cinese, sarebbero state sottoposte a controlli simili a quelli previsti per le ambasciate straniere. Tra i media interessati ci sono l’agenzia di stampa Xinhua, il China Global Television Network e la China Daily Distribution Corp. Questi dovranno dichiarare il registro dei propri dipendenti e delle proprietà possedute negli Stati Uniti presso il Dipartimento di Stato. Geng ha affermato che la Cina si è opposta alle nuove regole statunitensi e Pechino si è riservata il diritto di rispondere a tale provocazione.

Molti quotidiani statunitensi e internazionali hanno trattato il tema del coronavirus e della governance cinese, in maniera critica. Secondo quanto riportato dal New York Times, l’epidemia era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino, il 31 dicembre 2019. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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