Italia: arrestato a Genova sospetto trafficante di armi dalla Turchia alla Libia

Pubblicato il 19 febbraio 2020 alle 18:53 in Italia Libia

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Il comandante della nave cargo Bana, sospettata di traffico illecito di armi e veicoli dalla Turchia alla Libia, è stato arrestato in Italia.

È quanto rivelato, mercoledì 19 febbraio, dall’agenzia stampa italiana, ANSA, la quale ha altresì reso noto che l’uomo, Jousef Tartiussi, libanese di 55 anni, è stato arrestato con l’accusa di traffico internazionale di armi.

La nave cargo era stata posta sotto sequestro nel porto di Genova lo scorso 6 febbraio, con un mandato che aveva riguardato anche la plancia della nave, i locali delle strumentazioni, la scatola nera, i diari di bordo e i PC.

L’operazione era scattata dopo che, prima di giungere in acque italiane, la Bana era stata oggetto di segnalazione da parte della Francia. Nello specifico, lo scorso 30 gennaio, un ufficiale militare francese, in condizioni di anonimato, aveva rivelato che la nave cargo si trovava dal giorno precedente nel porto di Tripoli, carica di veicoli corazzati e scortata da una fregata della Turchia, la quale era stata accusata di violazione dell’embargo delle Nazioni Unite e degli impegni presi nel corso della Conferenza di Berlino. In aggiunta, l’Esercito Nazionale Libico aveva diffuso sulla sua pagina Facebook il video dei veicoli corazzati turchi che si trovavano all’interno della nave.

A tale riguardo, ANSA aggiunge che nella segnalazione di un ufficiale a bordo del cargo rientrava anche il trasporto di mezzi dotati di radar e jeep con cannoni anticarro, oltre a mitra e razzi. Tali armamenti, secondo quanto dichiarato dall’ufficiale a bordo della Bana agli inquirenti, sarebbero stati caricati in Turchia, nel porto di Mersin.

In aggiunta, il marinaio ha inoltre rivelato che l’equipaggio aveva ricevuto chiare indicazioni da parte degli ufficiali della Turchia, i quali avrebbero indicato di mentire in merito alla sosta programmata in Libia. Nello specifico, ha rivelato l’ufficiale di bordo, la tappa in Libia doveva essere motivata dichiarando l’avaria della nave cargo, la quale, ha aggiunto l’ufficiale, aveva in programma almeno tre viaggi dalla Turchia al porto di Tripoli.

La Bana, secondo quanto rivelato lo scorso 4 febbraio dal The New Arab, è una nave cargo battente bandiera del Libano. Secondo il Diritto internazionale del mare, e in particolare secondo l’Articolo 5.1 della Convenzione internazionale concernente l’alto mare delle Nazioni Unite, lo Stato di cui la nave batte bandiera esercita la sua giurisdizione e controllo su di essa.

In linea con ciò, il Libano, nella persona del direttore della Direzione Affari Politici e Consolari del Ministero degli Esteri, Ghady Khoury, ha sollevato la questione all’ambasciatore della Turchia a Beirut, Hakan Cakil, il quale ha garantito che avrebbe presto ottenuto informazioni dalle autorità turche.

Il Libano, tuttavia, specifica il quotidiano, esercita una politica di bandiera ombra, consentendo a navi di proprietà di cittadini o aziende di altri Paesi di issare la bandiera libanese.

La nave, rivela ANSA, è solita trasportare auto radiate dall’Europa al Nord Africa. Tuttavia, la Bana ha percorso anche rotte tra la Turchia e la Libia, innalzando i sospetti in merito al trasporto di armi e veicoli corazzati da Ankara a Tripoli. In aggiunta, la nave cargo aveva disattivato il sistema di identificazione una volta oltrepassata l’isola di Creta.

La violazione dell’embargo sulle armi imposto nei confronti della Libia era stata già annunciata, lo scorso 25 gennaio, dalle Nazioni Unite, le quali avevano rivelato che aerei cargo carichi di dispositivi di combattimento avanzati, veicoli corazzati, consiglieri e combattenti erano giunti presso gli aeroporti dell’Est e dell’Ovest della Libia.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Per trovare una soluzione a tale instabilità, lo scorso 19 gennaio si erano riunite a Berlino diverse parti a livello internazionale, compresi il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e uomo forte del governo di Tobruk, Khalifa Haftar, e il premier del Governo di Accordo Nazionale della Libia, Fayez al-Sarraj. Al termine della Conferenza, sono state concordate 3 strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, in termini economici, politici e militari, ribadendo in ogni caso la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Nonostante gli sforzi diplomatici, però, la Libia continua ad essere teatro di scontri sul campo, caratterizzati, informa Reuters, dal tentativo di Haftar di aprire un nuovo fronte attraverso l’avanzata delle proprie forze verso Misurata, nell’Ovest del Paese.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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