La reazione della Libia alla missione europea

Pubblicato il 18 febbraio 2020 alle 9:04 in Africa Libia

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Il Ministero degli Esteri libico ha respinto la decisione dell’Unione europea emessa il 17 febbraio circa l’invio di una missione marittima e aerea nel Mediterraneo orientale, volta a monitorare l’embargo sulle armi in Libia.

Una posizione analoga è stata emessa dal Partito per la giustizia e lo sviluppo in Turchia. Il riferimento va all’incontro tra i ministri degli Esteri dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, di lunedì 17 febbraio, con cui i partecipanti si sono detti concordi ad inviare nell’area del Mediterraneo orientale 7 navi e 7 aerei, volti a monitorare l’effettiva attuazione dell’embargo sulle armi sancito dalle Nazioni Unite, più volte violato. Secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, la nuova missione sarà dotata di mezzi della Marina militare, i quali verranno inviati sul versante orientale delle coste libiche, dove giungono i carichi di armi. L’Unione Europea, secondo quanto riportato, dispiegherà navi per impedire il contrabbando di armi, ma se la missione porterà a un afflusso di navi di migranti verrà sospesa. Pertanto, l’obiettivo non sarà lo stesso dell’Operazione Sophia, lanciata il 22 giugno 2015 con lo scopo di contrastare l’attività illegale dei trafficanti di esseri umani lungo il Mediterraneo centrale, bensì impedire l’ingresso di armi in Libia.

Dal canto suo, il portavoce del Ministero degli Esteri libico, del governo tripolino, Muhammad al Qiblawi, ha affermato che, anziché una missione aerea e navale, l’Unione Europea dovrebbe monitorare le frontiere marittime e terrestri, in quanto le armi giungono dai confini con l’Egitto, per poi essere consegnate nelle mani del generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. Una simile dichiarazione è giunta dal portavoce del Partito turco per la Giustizia e lo Sviluppo, Omer Celik, il quale ha affermato che l’approccio adottato dall’Unione Europea in Libia non è corretto, spiegando che vi sono alcuni Paesi che continuano ad offrire sostegno alle forze aeree e terrestri di Haftar. Inoltre, una missione semplicemente navale e marittima, a detta di Celik, andrebbe a bloccare soltanto parzialmente l’invio di armi, mentre una buona parte continuerebbe a giungere sul campo. Inoltre, ha aggiunto Celik, dovrebbero essere le Nazioni Unite, e non l’Unione europea, a monitorare l’embargo sulle armi in Libia.

Secondo quanto riferito dallAlto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di sicurezza, Josep Borrel, la missione potrebbe avere inizio alla fine del mese di marzo. A detta di Borrel, sono diversi i Paesi che hanno espresso la propria disponibilità a partecipare alla missione europea. Tuttavia, è stato spiegato, non sarà possibile schierare forze al confine tra Egitto e Libia, ma ciò che si può fare è monitorare le navi dirette a Est della Libia tramite radar e verificare se trasportano o meno armi. Pertanto, le navi dell’UE ispezioneranno le navi sospette nel Mediterraneo orientale, dove si verifica la maggior parte del traffico di armi in Libia, lontano dalle rotte migratorie. Tale soluzione rappresenta un compromesso di fronte ai timori espressi dall’Austria circa un aumento del numero di migranti diretti in Europa. Anche l’Italia aveva espresso inizialmente una simile preoccupazione.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. Tra i partecipanti, anche Haftar e al-Sarraj, i quali, tuttavia non si sono seduti al tavolo delle discussioni ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

In tale quadro, nella sera dell’11 febbraio, il Consiglio di Sicurezza ha adottato, con una maggioranza pari a 14 voti, una risoluzione congiunta tedesco-britannica che estende fino al 30 aprile 2021 l’embargo sulle armi, nonché altre misure relative a petrolio, divieti di trasferimento di merci e persone e congelamento di beni. La risoluzione, inoltre, impone agli esperti delle Nazioni Unite incaricati di monitorare l’applicazione delle sanzioni e di presentare relazioni su ogni attività relativa alle operazioni di import ed export illegali, soprattutto di petrolio, greggio e prodotti petroliferi raffinati. La Russia si è astenuta dal voto di tale risoluzione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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