Balcani: si teme la secessione in Bosnia ed Erzegovina

Pubblicato il 18 febbraio 2020 alle 14:43 in Balcani Europa

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I parlamentari della Repubblica Srpska, la regione serba all’interno della Bosnia, hanno lanciato un ultimatum di 60 giorni per la riforma della Corte costituzionale di Sarajevo, pena la secessione.

È quanto avvenuto nel corso di una sessione straordinaria della Camera di Banja Luka, lunedì 17 febbraio, quando i parlamentari della Repubblica Srpska hanno votato sulla sospensione delle attività dei rappresentanti bosniaci di etnia serba presso le istituzioni della Bosnia fino a quando il Parlamento di Sarajevo non porrà fine al mandato di tre membri internazionali della Corte costituzionale.

La nomina di tre membri stranieri all’interno della Corte costituzionale di Sarajevo va avanti dal 1995, anno della firma degli Accordi di Dayton, i quali hanno posto fine alla guerra in Bosnia. Nello specifico, gli Accordi prevedono che la Corte costituzionale del Paese sia composta da 3 giudici stranieri, 2 bosniaci di etnia croata, 2 bosniaci musulmani e 2 bosniaci di etnia serba.

Le tensioni tra la Repubblica Srspka e la Corte costituzionale erano emerse a seguito della sentenza sui terreni agricoli non assegnati, i quali, secondo un nuovo giudizio della Corte, saranno assegnati d’ufficio al demanio della Bosnia e non della Repubblica Srpska, in contrasto con la legge regionale. Quest’ultima, nello specifico, sanciva la proprietà da parte della Repubblica Srpska sui terreni agricoli un tempo di possesso del demanio della Iugoslavia.

In tale contesto, nel corso della seduta del Parlamento regionale in cui è stato lanciato l’ultimatum alla Bosnia, il deputato Milorad Dodik, rappresentante della comunità serba nella troika presidenziale di Sarajevo, ha dichiarato: “Addio Bosnia, benvenuta Repubblica Srpska-exit”. Dodik, rivela il quotidiano, aveva già in passato più volte richiesto un referendum sullo status della regione serba della Bosnia, sottolineando come i cittadini bosniaci serbi abbiano il diritto di decidere del proprio futuro.

Alla luce di ciò, e date le recenti tensioni, le rappresentanze a Sarajevo di Stati Uniti e Unione Europea si sono unite all’appello lanciato da Regno Unito, Germania, Francia e Italia, ribadendo come il ritiro unilaterale dalle istituzioni sia inaccettabile e controproducente.

Anche l’Inviato speciale dell’UE presso la Bosnia ed Erzegovina, Valentin Inzko, ha commentato l’ultimatum lanciato dalla Repubblica Srpska dichiarando, lunedì 17 febbraio, che con la secessione la regione oltrepasserebbe la linea rossa.

La Bosnia, ha un sistema politico che, nato all’indomani della guerra in Jugoslavia, garantisce che tutte le comunità etniche siano rappresentate in parlamento e nel governo. Tuttavia, tale struttura, spesso accompagnata dalla debolezza del governo stesso, è causa di impasse politica, come avvenuto a seguito delle elezioni politiche dello scorso ottobre 2018. Nello specifico, dopo la tornata elettorale, il Parlamento bosniaco ha dovuto affrontare una impasse politica durata 14 mesi, prima di approvare il Consiglio dei ministri proposto dal premier, Zoran Tegeltija, economista serbo-bosniaco ex ministro delle finanze della Repubblica Srpska. La principale causa di tale stallo era stato il disaccordo nella presidenza tripartita bosniaca, composta da un presidente di etnia serbo ortodossa, uno di etnia croata, di fede cattolica, e uno di etnia bosniaca, musulmano, in merito all’integrazione di Sarajevo nella NATO.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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