Tunisia: annunciato il nuovo governo ma Ennahda si tira indietro

Pubblicato il 17 febbraio 2020 alle 11:27 in Africa Tunisia

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Il primo ministro tunisino, Elyes Fakhfakh, ha annunciato la creazione del nuovo governo ma la sua tenuta sembra già a rischio a causa della decisione di alcuni membri chiave di Ennahda di ritirarsi dalla coalizione. Ciononostante, il premier ha garantito che le negoziazioni continueranno.

Il futuro del nuovo esecutivo sembra quanto mai incerto dal momento che nel governo proposto da Fakhfakh figurano diversi ministri scelti dalle fila del partito di orientamento “islamico-moderato”. Tuttavia, ancora prima che il primo ministro annunciasse la formazione del nuovo gabinetto, sabato 15 febbraio, Ennahda aveva già dichiarato di rifiutarlo e di non volervi partecipare. Con questi presupposti, è difficile ipotizzare che la nuova coalizione venga approvata, tra due settimane, dal Parlamento tunisino, al suo interno già molto frammentato. Se non verrà assegnata la fiducia al nuovo esecutivo, il Paese sarà costretto ad andare a nuove elezioni.

Ennahda, che conta attualmente 53 seggi in Parlamento, ha affermato che accetterà di unirsi ad una coalizione di governo solo se questa metterà insieme tutti i maggiori partiti del panorama politico tunisino. Anche il Cuore della Tunisia, il secondo partito per importanza nel Paese, con 38 seggi, ha dichiarato che non sosterrà il governo dal momento che il primo ministro lo ha escluso dalle negoziazioni e quindi dalla coalizione.

“La decisione di Ennahda ci mette in una posizione difficile”, ha detto Fakhfakh, domenica 16 febbraio, specificando di aver stabilito con il presidente, Kais Saied, di voler trovare una soluzione all’impasse con mezzi legali e costituzionali, non escludendo modifiche sostanziali all’assetto della coalizione. Fakhfakh aveva affermato, poco dopo essere stato designato premier, che il suo obiettivo era quello di attingere solo dai partiti che considerava in linea con gli obiettivi della rivoluzione, mirando a sradicare la corruzione.

La nomina di Fakhfakh alla presidenza del Consiglio risale al 21 gennaio. La scelta risponde alle esigenze di sviluppo economico dello Stato nordafricano, da anni bloccato in una situazione di bassa crescita, alto debito pubblico e servizi in crisi. L’uomo, un ex impiegato della compagnia energetica francese Total, ha assunto il mandato di ministro del Turismo e successivamente di ministro delle Finanze nel 2012, dopo la rivoluzione della Primavera Araba del 2011, che ha rovesciato il presidente Zine El Abidine Ben Ali. Fakhfakh, che ha anche provato a concorrere alla carica presidenziale durante le ultime elezioni, tenutesi il 13 ottobre, ottenendo solo 11.500 voti, appartiene al partito di centro-sinistra Ettakatol.

La nomina del nuovo premier arriva dopo che il Parlamento tunisino, il 10 gennaio, ha rifiutato di assegnare la fiducia al governo proposto da Habib Jemli, il candidato primo ministro presentato da Ennahda. Il premier designato dal partito islamico non era riuscito a ottenere i voti favorevoli della maggioranza dell’Assemblea, fermandosi a 72 contro i 130 necessari. Sono circa 4 mesi che la Tunisia attende un nuovo esecutivo. Al momento, il Paese ha ancora un governo provvisorio, guidato da Youssef Chahed. Sin dal mese di ottobre 2019, i diversi partiti politici seduti in Parlamento non sono riusciti a trovare un accordo volto a creare una coalizione, così da proporre un primo ministro e formare un nuovo esecutivo. Il rischio temuto da molti è legato a ritardi nell’attuazione di quelle riforme indispensabili a risanare l’economia del Paese, oltre che nella presentazione del bilancio.  

Il governo uscente ha già attuato tagli per ridurre il deficit pubblico, ma il Fondo Monetario Internazionale e altri istituti di credito stranieri hanno più volte richiesto ulteriori riforme fiscali. Al contempo, i cittadini tunisini hanno mostrato il proprio malcontento verso i servizi pubblici del Paese, considerati peggiori rispetto al periodo pre-rivoluzione del 2011. Ciò ha portato la popolazione ad avere sempre meno fiducia nei confronti delle istituzioni e della classe politica al potere.

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Chiara Gentili

di Redazione

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