I talebani annunciano la firma di un accordo entro la fine di febbraio

Pubblicato il 17 febbraio 2020 alle 15:27 in Afghanistan USA e Canada

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I talebani hanno affermato, lunedì 17 febbraio, che entro fine mese firmeranno un accordo di pace con gli Stati Uniti.

La firma, secondo quanto riferito, avverrà nella capitale del Qatar, Doha, e vedrà altresì la presenza di garanti a livello internazionale. Il fine ultimo sarà porre fine ai quasi 18 anni di conflitto. A dare la notizia è stato un leader talebano di alto livello, Maulvi Abdul Salam Hanafi, altresì membro del gruppo impegnato nei negoziati intrapresi il 20 gennaio scorso, il quale ha annunciato la fine di tale ultimo round di colloqui. Hanafi ha altresì specificato che la firma del futuro accordo avverrà alla presenza delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, dell’Unione Europea e di rappresentanti dei Paesi confinanti con l’Afghanistan. Inoltre, secondo quanto riportato, prima della firma del patto, le parti coinvolte si impegneranno per ridurre le operazioni di violenza, così da creare la giusta atmosfera per un’eventuale pace.

Un impegno simile era già giunto il 14 febbraio scorso, quando i media statunitensi avevano reso noto che Washington e i talebani si erano detti concordi per intraprendere un periodo di tregua della durata di sette giorni, a partire, a detta degli insorti, dal 22 febbraio prossimo. Hanafi, sempre il 17 febbraio, ha riferito che, a seguito della firma del futuro accordo, da un lato, gli Stati Uniti ed il governo afgano rilasceranno 5.000 prigionieri talebani, mentre, dall’altro lato, i talebani si impegneranno a liberare 1.000 prigionieri. Una volta completato il processo di rilascio dei prigionieri, verrà intrapreso un dialogo intra-afgano. Tuttavia, Hanafi non ha condiviso ulteriori dettagli sui termini dell’accordo proposto e sui tempi concordati per il ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan. Quest’ultimo rappresenta uno dei punti dell’intesa.

Washington, dal canto suo, ha evidenziato che favorirà un accordo di pace sono se i talebani rispetteranno la tregua parziale di sette giorni. Il 16 febbraio, l’inviato speciale statunitense per la pace in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, ha anch’egli parlato della fine dei colloqui di Doha, definendoli produttivi. Nella stessa giornata, l’inviato ha incontrato il presidente afgano, Ashraf Ghani, a Monaco, per aggiornarlo sulle ultime mosse relative all’accordo di pace. Entrambi si sono detti concordi sulla necessità di cogliere l’opportunità di ridurre le violenze in Afghanistan e sul preparare la strada verso un processo di pace afgano inclusivo. “Invitiamo tutti gli afgani a cogliere l’occasione e a porre fine alla miseria che ha caratterizzato più di quattro secoli di guerra” sono state le parole di Khalizad.

Già l’11 febbraio, il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, aveva avuto una conversazione telefonica con il presidente afgano e con il direttore generale del Paese, Abdullah Abdullah, in cui questi erano stati informati dei passi in avanti fatti nella cornice dei colloqui tra Washington e i talebani.  “Oggi sono stato felice di ricevere una telefonata dal segretario statunitense, Mike Pompeo, che mi ha informato dei notevoli progressi compiuti nei colloqui di pace in corso con i talebani. Il segretario mi ha poi riferito della proposta dei talebani in merito alla riduzione significativa e duratura della violenza”, aveva scritto Ghani su Twitter.

Da almeno 18 anni, l’Afghanistan vede la presenza di circa 13.000 truppe statunitensi e migliaia di altri membri del personale NATO, nel quadro di uno dei conflitti più longevi nella storia degli Stati Uniti. Uno dei round di negoziati più recenti tra Stati Uniti e talebani aveva avuto inizio il 7 dicembre 2019, nella capitale qatariota Doha. Il fine principale era negoziare il ritiro delle forze armate statunitensi, in cambio della fine degli assalti e di una serie di garanzie da parte dei militanti islamisti. Sebbene i rappresentanti USA e i media afghani riferissero di notevoli progressi diplomatici, le violenze nel Paese continuavano, fino a causare la sospensione dei colloqui. Questa si è verificata, in particolare, l’11 dicembre 2019, a seguito di un attacco contro una struttura medica situata nei pressi della base militare degli Stati Uniti a Bagram, che ha causato la morte di 2 civili ed il ferimento di altri 73. Inoltre, il 23 dicembre 2019, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva comunicato una nuova vittima delle forze speciali statunitensi.

Successivamente, a partire dal 20 gennaio 2020, è stato intrapreso un ulteriore ciclo di colloqui tra Khalilzad e il capo negoziatore dei talebani, il Mullah Abdul Ghani Baradar. Tuttavia, il 24 gennaio, i talebani hanno espresso frustrazione per quelle che hanno definito ulteriori richieste da parte di Washington, senza specificarne, però, la natura.

I talebani controllano circa il 40% dell’Afghanistan, secondo i funzionari della Difesa di Kabul. Nel gennaio 2020, l’Ispettore generale speciale statunitense per la ricostruzione dell’Afghanistan, ha riferito che negli ultimi tre mesi del 2019 si è registrato un numero record di attacchi armati da parte dei talebani e delle altre forze antigovernative. Gli ultimi episodi di violenza risalgono all’8 febbraio, quando 2 soldati statunitensi sono stati uccisi e altri 6 sono rimasti feriti dopo che un aggressore, che indossava un’uniforme dell’esercito afgano, ha sparato contro di loro con una mitragliatrice. Non vi è stata, in realtà, alcuna rivendicazione da parte dei talebani, ma i militanti islamisti afghani hanno talvolta collaborato con elementi all’interno delle forze armate afghane.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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