Oman: lo stretto di Hormuz, l’area più vulnerabile del Golfo, quale la politica adottata

Pubblicato il 17 febbraio 2020 alle 16:38 in Medio Oriente Oman

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Il Sultanato dell’Oman ha affermato che il rischio di uno scontro nello Stretto di Hormuz è più elevato rispetto a qualsiasi altra area della regione del Golfo.

A riferirlo, il ministro degli Esteri omanita, Yousuf bin Alawi bin Abdullah, nella sera del 15 febbraio, in occasione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. In particolare, a detta del ministro, ciò che desta maggiore preoccupazione è la presenza di diverse navi, provenienti da diversi Paesi a livello internazionale. Ciò aumenta la preoccupazione e la paura circa una possibile “mossa sbagliata” in grado di far scoppiare uno scontro militare nell’area. Inoltre, ciò che potrebbe rendere lo Stretto un focolaio di tensioni future è la presenza di grandi navi da guerra.

Bin Alawi ha poi riferito che il Sultanato sta elaborando un progetto politico volto a preservare la sicurezza del Golfo e la stabilità della regione, oltre ad impegnarsi per ridurre le tensioni, sebbene sia stata esclusa la possibilità di uno scontro militare nel breve periodo. Per Muscat, impegnata in conversazioni sia con gli Stati Uniti sia con l’Iran, esiste la possibilità di un dialogo tra Washington e Teheran. A tal proposito, per Alawi, è lecito aver paura dell’Iran, data la grandezza e la vicinanza, ma sfidarlo non porterebbe benefici. Pertanto, a detta del ministro omanita, è necessario impegnarsi per preservare i propri interessi e dare, in tal modo, una sensazione di pace.

Lo Stretto di Hormuz divide la Penisola arabica dalle coste dell’Iran, mettendo in comunicazione il Golfo di Oman a Sud-Est, con il Golfo Persico ad Ovest. Tale tratto, canale tra Iran e Oman, svolge un ruolo rilevante per il commercio di petrolio a livello internazionale e per gli approvvigionamenti energetici mondiali. Con una larghezza di 33 km nel suo punto più stretto, per questo Stretto passa circa il 30% delle spedizioni di greggio e di altri derivati. Teheran ha più volte minacciato in passato di chiudere lo Stretto, nel caso in cui non fosse stato in grado di esportare petrolio. L’Iran, in realtà, non può chiudere unilateralmente il canale, perché questo appartiene in parte alle acque territoriali dell’Oman. Tuttavia, le navi che solcano l’area attraversano acque iraniane, che sono sotto la responsabilità della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane.

In tale quadro, l’Iran ha più volte minacciato azioni di ritorsione contro tale zona, a seguito del raid, ordinato dagli Stati Uniti, che, il 3 gennaio scorso, ha causato la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani. Dal canto suo, funzionari statunitensi hanno affermato che lo Stretto rappresenta una “red line”, e che, in caso di chiusura, gli USA avrebbero preso provvedimenti per riaprirlo. Proprio in occasione della Conferenza di Monaco del 16 febbraio, anche il ministro degli Esteri del Kuwait, lo sceicco Ahmad Nasser al-Mohammad al-Sabah, ha evidenziato l’importanza rivestita dallo Stretto per Kuwait, Bahrein e Qatar, affermando che una eventuale chiusura arrecherebbe gravi danni.

Sono diversi i motivi e gli episodi di tensione tra l’Iran e alcuni Paesi occidentali che hanno portato attori a livello internazionale ad inviare proprie missioni, volte a garantire la sicurezza dello Stretto e a salvaguardare il commercio internazionale di prodotti petroliferi. A tal proposito, il 20 gennaio 2020, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi e Portogallo hanno dichiarato di essere favorevoli alla creazione di una nuova forza navale nello Stretto di Hormuz. Il Ministero degli Esteri francese non ha, però, specificato quante navi sarebbero state coinvolte o quando sarebbero iniziate le operazioni.

Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno lanciato, nel mese di luglio 2019, una coalizione internazionale nella stessa area, volta a proteggere le spedizioni marittime nel Golfo. La Gran Bretagna si è unita a tale flotta il 6 agosto dello stesso anno, ma altri governi europei hanno rifiutato di partecipare, temendo di compromettere i loro sforzi per salvare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015. In tale quadro, anche Giappone, Russia, Corea del Sud e Cina hanno inviato propri mezzi navali nella regione.

Una delle dispute che ha toccato lo Stretto di Hormuz è iniziata il 4 luglio 2019 ed ha riguardato Iran e Regno Unito, e la petroliera iraniana ex Grace 1, successivamente nota come Adrian Darya, bloccata dalla polizia locale e dall’agenzia doganale di Gibilterra, sostenute da un distaccamento della Marina britannica. In una dichiarazione, il governo locale aveva dichiarato di avere ragionevoli motivi per credere che la nave stesse trasportando un carico di petrolio iraniano verso la raffineria di Banyas, in Siria. L’accusa era quella di aver violato, con il trasferimento di petrolio in Siria, le sanzioni imposte dall’Unione Europea. Successivamente, il 16 agosto, nonostante il mandato di confisca statunitense, alla petroliera è stato dato il permesso di salpare. L’Iran aveva risposto all’accaduto sequestrando, il 19 luglio 2019, la petroliera britannica Stena Impero e tutto il suo equipaggio, successivamente rilasciata, il 27 settembre 2019.

Per quanto riguarda l’Oman, per circa 40 anni, il Sultanato ha svolto un ruolo rilevante, ponendosi come mediatore tra Washington e Teheran. A tal proposito, l’Oman è stato altresì in grado di riunire i negoziatori dei due Paesi ai colloqui preliminari che hanno portato all’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015. Al contempo, il piccolo ma strategico Sultanato, che si trova proprio in prossimità dello stretto di Hormuz, all’ingresso del Golfo e vicino all’Iran, ha mantenuto buoni rapporti con Teheran nonostante diverse crisi regionali e si è spesso rapportato con l’Arabia Saudita e con il resto dei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo senza prendere parte ai violenti scontri regionali.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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