La sconfitta del popolo palestinese e le sue cause

Pubblicato il 17 febbraio 2020 alle 10:11 in Il commento Palestina

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Il conflitto israelo-palestinese è terminato con la sconfitta dei palestinesi, che non sono più in grado di riconquistare i territori occupati e di stabilire la propria capitale a Gerusalemme est. Tale sconfitta è un evento storico talmente importante da richiedere una spiegazione. Per ridurre la complessità, occorre procedere per punti. E allora diremo subito che la prima causa della sconfitta è nel fatto che Hamas non può più utilizzare il terrorismo, che un tempo spingeva gli israeliani atterriti a offrire “territori in cambio di pace”. Oggi tutto è cambiato: Netanyahu vuole conquistare più territori e non è realmente interessato alla pace. Il processo di istituzionalizzazione di Hamas, e cioè il passaggio dalla clandestinità al governo di Gaza, è stata una fortuna per Israele. Se infatti Hamas riesumasse il terrorismo, Gaza verrebbe rasa al suolo. I dirigenti di Hamas, occupando edifici e uffici governativi, sono un facile bersaglio. I terroristi non possono emergere in superficie, altrimenti vengono uccisi. È la “legge ferrea del terrorismo”, come ci piace chiamarla: nel momento in cui al Baghdadi ha fondato lo Stato Islamico, si è condannato a morte. La controprova è che il capo di al Qaeda, che invece è rimasto in clandestinità, è ancora vivo. Ecco il paradosso: siccome Hamas controlla Gaza, Israele controlla Hamas. In secondo luogo, la sconfitta è dipesa dalle divisioni interne al movimento palestinese, deflagrate nello scontro fratricida tra Hamas e Fatah per il governo di Gaza. Sembra incredibile: Hamas ha lottato per condannarsi all’impotenza. La terza ragione della sconfitta è da ricondursi alle primavere arabe, che hanno sottratto la scena ai palestinesi. La guerra civile in Siria, scoppiata nel 2011, e i disastri in Iraq, hanno monopolizzato l’agenda internazionale. E poi l’ascesa dell’Isis: fu proprio un alto dirigente palestinese a maledire la fondazione del Califfato, divenuta la preoccupazione principale del mondo intero. Reso moribondo da divisioni interne e circostanze avverse, il movimento palestinese è stato seppellito dall’evoluzione delle relazioni internazionali, che rappresenta la quarta causa del tracollo e pure la più complessa. I rapporti tra gli Stati del Medio Oriente si sono abbattuti come un uragano sui palestinesi. I principali Paesi che un tempo avevano combattuto contro Israele oggi si combattono tra loro. È il caso di Siria e Arabia Saudita, la quale ha finanziato i ribelli siriani per rovesciare Bassar al Assad, rimasto al potere grazie a Iran e Russia. Quanto a Giordania ed Egitto, hanno stipulato trattati di pace con Israele rispettivamente nel 1979 e nel 1994. A partire dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, il movimento palestinese è stato indebolito anche dalla paura che l’Arabia Saudita è obbligata a nutrire verso l’Iran, contro cui chiede la protezione degli Stati Uniti. Il problema è che nessuno può pensare di essere amico degli Stati Uniti e nemico d’Israele, e questo aiuta a comprendere come mai il nuovo presidente del Sudan, tecnicamente ancora in guerra con Israele, abbia voluto incontrare Netanyahu a Entebbe, in Uganda, la settimana scorsa, suscitando clamore sui media arabi: Burhan ambisce a essere rimosso dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo da Trump. La conseguenza dell’evoluzione delle relazioni internazionali in Medio Oriente è che l’Arabia Saudita ha di fatto abbandonato la causa palestinese, fino ad appoggiare il piano di pace di Trump. Per amore di chiarezza, si tratta di un documento che impone ai palestinesi di riconoscere la propria sconfitta storica, o la storia della propria sconfitta, in cambio di 50 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita ha addirittura stabilito intese segrete con i servizi israeliani per difendersi meglio dall’Iran e compiacere oltremodo gli americani. L’evoluzione delle relazioni internazionali non ha smesso di deprimere i palestinesi e, nel 2015, è scoppiata la guerra civile in Yemen, che ha accresciuto la contrapposizione tra Arabia Saudita e Iran, schierati su fronti opposti. Oggi Hamas gode dell’appoggio diplomatico della Turchia, ma può contare soltanto sull’Iran, sempre più povero e isolato, per acquistare armi. Un conflitto non è più tale se una parte non ha armi adeguate né alleati, mentre l’altra ha la bomba atomica e gli alleati più potenti del mondo. Ciò che un tempo era il conflitto israelo-palestinese oggi è il dominio degli israeliani sui palestinesi.

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Alessandro Orsini

Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

di Redazione

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