Iran: no alle pressioni di Washington

Pubblicato il 17 febbraio 2020 alle 17:28 in Iran USA e Canada

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Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha affermato che il suo Paese non cederà alle pressioni di Washington.

In particolare, Teheran non è disposta a sedersi al tavolo delle negoziazioni se gli Stati Uniti continueranno a esercitare pressione contro di essa, e, non da ultimo, l’Iran non negozierà da una posizione di inferiorità o debolezza. Tali parole sono giunte dal capo di Stato iraniano nella sera del 16 febbraio, nel corso di una conferenza stampa trasmessa in televisione. Rouhani ha poi aggiunto che la politica di “massima pressione” adottata dagli USA è destinata a fallire e che il “nemico”, ovvero Washington, è ben consapevole della sua inefficienza. Parallelamente, per il presidente iraniano, il proprio Paese continua a svolgere un ruolo rilevante in Medio Oriente e nel Golfo Arabo, e il proprio sostegno risulta essere essenziale per garantire pace e stabilità nella regione.

Pertanto, come evidenziato da Rouhani, la condizione principale per riprendere i negoziati con Washington consiste nel ritorno di questa nell’accordo sul nucleare iraniano del 2015, e la conseguente revoca delle sanzioni. Risale all’8 maggio 2018 la decisione del capo della Casa Bianca, Donald Trump, di ritirarsi unilateralmente dal cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania e dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

Tuttavia, sempre il 16 febbraio, Rouhani ha affermato che l’Iran continua ad “alzarsi e resistere” anche di fronte alle pressioni straniere. A tal proposito, è stato riferito che gli indicatori ed i dati a livello sociale, politico ed economico mostrano che la situazione sta via via migliorando e che, nonostante le sanzioni statunitensi, l’Iran è stato in grado, negli ultimi due anni, di creare una “economia senza petrolio” e il quadro generale è addirittura migliore rispetto a due anni fa.

Il presidente iraniano ha poi dichiarato che tra le questioni più rilevanti nella regione da dover prendere in considerazione vi è il conflitto yemenita. A tal proposito, è stato affermato che l’Arabia Saudita, a capo di una coalizione impegnata a contrastare i ribelli sciiti Houthi, ha commesso gravi errori, accusandola dei crimini e dei massacri senza precedenti verificatisi nei cinque anni di conflitto. Tuttavia, è stato riferito, se Riad porrà fine alle proprie operazioni di aggressione, anche Teheran, sostenitrice dei ribelli, si aprirà al dialogo e alla riconciliazione.

Il clima particolarmente teso tra Washington e Teheran è stato segnato da alcune vicende susseguitesi a cavallo tra il 2019 ed il 2020. Tra queste, nelle prime ore dell’8 gennaio, due basi situate nelle regioni irachene di Erbil e al-Anbar, ospitanti altresì soldati statunitensi, sono state colpite da una serie di missili, lanciati da Teheran per rivendicare la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio scorso. L’attacco non ha causato vittime, ma, a detta del Pentagono, lesioni cerebrali per quasi 100 soldati statunitensi.

A livello interno, il prossimo 21 febbraio, Rouhani si ritroverà ad affrontare un nuovo test, ovvero le elezioni parlamentari. Stando a quanto riportato il 13 febbraio, sono 7148 i candidati approvati che hanno intrapreso la propria campagna elettorale, mentre saranno circa 58 milioni gli iraniani aventi diritto al voto. Hassan Rouhani ha esortato la popolazione a recarsi alle urne in un momento delicato in cui il Paese si ritrova a far fronte a diverse pressioni.

Non da ultimo, le elezioni del 21 febbraio potranno altresì dare un’idea di cosa succederà con le elezioni presidenziali previste per l’estate del 2021. L’Iran, oltre a risentire delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, deve far fronte ad un’ondata di malcontento popolare già esplosa nel mese di novembre 2019, e che ha visto protagonisti numerosi operai e giovani. Tale fascia ha più volte chiesto che la classe religiosa al potere sin dal 1979 si ritiri dal panorama politico iraniano.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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