Sud Sudan: i ribelli respingono l’offerta di pace

Pubblicato il 16 febbraio 2020 alle 19:10 in Africa Sud Sudan

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I ribelli del Sud Sudan hanno respinto l’offerta di pace del presidente, Salva Kiir, che includeva piani per ridurre il numero di Stati creando 3 aree amministrative. 

Il rifiuto del capo ribelle, Riek Machar, è stato annunciato in una nota, il 16 febbraio, e fa vacillare le speranze di migliorare la situazione di stallo nel Paese, ponendo fine a un conflitto che va avanti da oltre 6 anni. Kiir e Machar sono sottoposti a crescenti pressioni internazionali per risolvere i contrasti entro una scadenza del 22 febbraio. Kiir, il 15 febbraio, ha affermato che il Paese potrebbe essere diviso nei 10 Stati originali, una richiesta chiave per l’opposizione, e anche in 3 “aree amministrative”, quella di Pibor, Ruweng e Abyei. Machar ha affermato di apprezzare la decisione del governo di “tornare ai 10 Stati”, ma ha espresso la sua insoddisfazione per la creazione delle 3 aree amministrative. “Chiediamo al presidente Kiir di riconsiderare questa idea”, ha dichiarato Machar.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi più frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che aderiscono a diverse religioni. Nella sua costituzione originale, il Paese prevedeva la divisione in 10 Stati. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato una serie di scontri con la popolazione di etnia nuer, guidati da Machar. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la Liberazione del Popolo Sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica. 

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente. I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo di pace. Secondo quanto previsto dal patto, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata. La mancanza di fondi e la scarsa fiducia reciproca tra le parti hanno messo a repentaglio il rispetto della promessa e rischiano di far svanire le speranze sulla creazione, inizialmente auspicata, di una forza unificata si 83.000 soldati. 

Successivamente, a novembre 2018, Kiir e Machar avevano tentato di trovare una soluzione politica, ma non erano riusciti a rispettare la scadenza stabilita nell’accordo di pace firmato a settembre 2018, e avevano stabilito di posticipare di altri 100 giorni la creazione di un esecutivo congiunto. La ragione del ritardo, secondo quanto rivelato da fonti governative, riguardava la necessità di risolvere alcune questioni fondamentali di governance e sicurezza. Gli Stati Uniti, che contribuiscono allo sviluppo del Paese africano con circa 1 miliardo di dollari all’anno in aiuti umanitari, si erano più volte detti delusi dalla mancanza di progressi nelle trattative per la formazione del nuovo governo di unità nazionale. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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