Iraq: missili nella Green Zone, vicino all’ambasciata USA

Pubblicato il 16 febbraio 2020 alle 12:02 in Iraq USA e Canada

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Alcuni missili hanno colpito obiettivi situati all’interno della Green Zone irachena, nei pressi dell’ambasciata degli Stati Uniti, il 16 febbraio. L’assalto non ha causato feriti, secondo l’esercito degli USA. 

I razzi hanno colpito una base irachena che ospitava truppe statunitensi e altre forze della coalizione nella Green Zone di Baghdad, un’area che ospita anche ambasciate straniere e uffici governativi. Secondo il colonnello Myles B Caggins III, un portavoce dell’operazione militare statunitense in Iraq, l’attacco ha avuto luogo poco prima delle 3:30 del mattino, ora locale, e non ha provocato vittime. I danni sono, invece, di lieve entità. Per il momento, inoltre, non vi è stata alcuna rivendicazione della responsabilità dell’assalto. I militari iracheni, da parte loro, hanno riferito che 3 razzi Katyusha hanno colpito la Green Zone, mentre un quarto missile ha colpito una postazione logistica in un altro quartiere, gestito dall’Hashd al-Shaabi, una rete militare ufficialmente incorporata nello Stato iracheno.

Le basi militari del governo iracheno che ospitano soldati statunitensi hanno subito numerosi assalti negli ultimi mesi. L’ultimo episodio si era verificato il 13 febbraio, quando un missile Katyusha ha colpito una base militare irachena, situata nella provincia settentrionale di Kirkuk. Anche in questo caso, non sono state riportate vittime. La base colpita era la K1, la stessa interessata da un attacco missilistico, il 27 dicembre 2019, che aveva causato la morte di un soldato statunitense. Un attentato che, a detta di Washington, era stato condotto dalle cosiddette “Brigate di Hezbollah”, un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran.

Negli ultimi 4 mesi, le forze militari e l’ambasciata statunitense in Iraq sono state esposte a circa 20 attacchi missilistici. I fatti del 27 dicembre a Kirkuk avevano causato il ferimento di alcuni funzionari, 4 statunitensi e 2 membri delle forze di sicurezza irachene. Di conseguenza, l’esercito statunitense aveva condotto, il 29 dicembre, attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq, provocando circa 25 morti. Si trattava, nello specifico, di 3 basi situate in Iraq, nel governatorato occidentale di Anbar, e 2 siriane, tutte appartenenti al gruppo sciita. Da tali postazioni, secondo quanto riferito, venivano altresì pianificati e perpetrati attentati contro le forze della coalizione internazionale anti-ISIS.

A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di proteste nella capitale irachena Baghdad, il 31 dicembre ed il primo gennaio, nei pressi del compound dell’ambasciata statunitense nella Green Zone, dove manifestanti hanno sventolato bandiere delle Forze di Mobilitazione Popolare, un gruppo paramilitare di cui le Brigate di Hezbollah rappresentano una ramificazione. Il 3 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato di attaccare l’aeroporto di Baghdad, per uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani, accusato di supportare le fazioni sciite in Iraq. Teheran ha successivamente attaccato, l’8 gennaio, 2 basi in Iraq che ospitano truppe statunitensi, mantenendo la sua promessa di vendicare la morte di Soleimani. La prima base aerea oggetto dell’attacco è stata quella di Ain al-Assad, situata nel governatorato occidentale iracheno di Al-Anbar, mentre la seconda quella di Harir, nel distretto di Shaqlawa, a 75 km dal centro della città di Erbil. Si tratta della base statunitense più vicina dal confine iraniano, da cui dista circa 115 km.

A seguito di questi episodi, gli Stati Uniti avevano sospeso le proprie operazioni congiunte in Iraq, riprendendole successivamente, il 15 gennaio. Tale mossa è giunta a due settimane di distanza dalla decisione del Parlamento di Baghdad, con cui si proponeva al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Ciò perché gli eventi precedenti erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington, e si temeva che il Paese potesse divenire un campo di battaglia tra Iran e Stati Uniti. Tuttavia, la decisione del Parlamento iracheno non è mai stata tradotta in legge dal governo di Baghdad, poichè il supporto delle truppe straniere è considerato vitale nella regione, ancora fortemente instabile. 

In tale quadro, il 30 gennaio, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico, guidata dagli Stati Uniti, sono state riavviate. La coalizione anti-ISIS, a guida statunitense, conta circa 80 membri. Sin dal 2014, questa si è impegnata nella lotta allo Stato Islamico, con l’obiettivo di sconfiggerlo su tutti i fronti, distruggendo altresì le proprie reti ed ostacolando le proprie mire espansionistiche. Oltre alle campagne militari condotte in Iraq e in Siria, la coalizione mira anche a minare l’infrastruttura finanziaria ed economica dell’ISIS, a frenare il flusso di foreign fighter attraverso i confini e a riportare la stabilità ed i servizi pubblici essenziali nelle aree liberate dalla morsa del gruppo terroristico.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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