Hong Kong: manifestazioni chiedono di chiudere il confine con la Cina

Pubblicato il 16 febbraio 2020 alle 9:05 in Cina Hong Kong

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Centinaia di manifestanti hanno protestato in diversi quartieri di Hong Kong contro i piani del governo di trasformare alcuni edifici in centri di quarantena per il coronavirus. I cittadini chiedono, invece, la chiusura del confine con la Cina.

Le proteste che hanno sconvolto Hong Kong per mesi si erano interrotte proprio a causa dello scoppio dell’epidemia, che è partita dalla città cinese di Wuhan, nel mese di dicembre 2019. Tuttavia, i timori legati al rapporto del governo locale con Pechino, proprio in relazione alla gestione dell’allarme coronavirus, hanno riportato i manifestanti in piazza. La governatrice della città, Carrie Lam, si è rifiutata di chiudere completamente il confine con la Cina continentale, portando ad alcuni scioperi del personale medico-sanitario. Sabato 15 febbraio, centinaia di manifestanti si sono radunati nei quartieri di Tai Po, Tin Shui Wai e ad Aberdeen, per supportare le proteste. Gruppi di persone hanno marciato cantando “Liberate Hong Kong, la rivoluzione dei nostri tempi” e molti di questi indossavano maschere chirurgiche, mentre altri erano vestiti di nero. Alcuni edifici in quei quartieri sono stati designati come potenziali siti di quarantena.

“Il governo non ha ascoltato le richieste pubbliche di una completa chiusura delle frontiere e ora vogliono istituire cliniche epidemiche in 18 distretti. Fare questo è come creare più ferite piuttosto che cercare di fermare l’emorragia “, ha dichiarato Chan Mei-lin, residente a Tin Shui Wai. Un filmato della televisione locale mostrava la polizia in tenuta antisommossa che arrestava i manifestanti ed utilizzava spray al pepe sulla folla. Il 26 gennaio, un gruppo di manifestanti ha dato fuoco alla hall di un edificio residenziale di nuova costruzione a Hong Kong, che le autorità avevano pianificato di utilizzare come struttura di quarantena, spingendo il governo ad abbandonare il piano. Tuttavia, Carrie Lam ha respinto l’ipotesi di una chiusura totale dei confini, ma ha ideato un sistema di quarantena obbligatoria di 14 giorni, per chiunque provenga dalla Cina continentale. La governatrice ha affermato che una chiusura completa è “inappropriata”, “impraticabile” e “discriminatoria”.

Oltre 1.500 persone sono morte a causa del virus, che può essere trasmesso da persona a persona, e più di 66.000 sono state infettate. A Hong Kong, ci sono stati 56 casi confermati e 1 decesso. Secondo quanto riporta il New York Times, l’epidemia di coronavirus era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

Le proteste ad Hong Kong sono iniziate ben prima dell’epidemia, il 31 marzo 2019, e hanno raggiunto il proprio apice nel mese di giugno dello stesso anno. Al centro della violenta ondata di mobilitazione, un controverso disegno di legge che avrebbe consentito l’estradizione dei cittadini di Hong Kong verso la Cina continentale. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, le manifestazioni si erano già trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. A seguito del ritiro della proposta di legge, l’esecutivo di Hong Kong ha respinto le altre richieste dei manifestanti, tra cui figurano: l’amnistia per i manifestanti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi di violenza della polizia e il rilancio del processo di riforma politica in senso democratico. Con il passare del tempo, le proteste sono diventate sempre più frequenti e violente.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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