La Giordania in piazza: due gli accordi al centro delle proteste

Pubblicato il 15 febbraio 2020 alle 7:00 in Giordania Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La popolazione giordana è scesa in piazza, il 14 febbraio, per protestare sia contro il Piano di Pace in Medio Oriente sia contro l’accordo che prevede l’importazione di gas naturale proveniente da Israele.

Secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, le proteste hanno avuto luogo nella capitale Amman, a seguito della consueta preghiera del venerdì. Partiti dalla moschea di al-Husseini, i manifestanti si sono poi diretti verso gli altri quartieri della città. Tra i gruppi scesi in piazza, vi sono stati numerosi giovani, accanto a rappresentanti del movimento islamico e dei partiti di sinistra, i quali hanno altresì firmato una petizione con cui si chiede al governo giordano di prendere una posizione nei confronti del cosiddetto accordo del secolo e di annullare il piano per l’importazione di gas da Israele.

Il primo piano contro cui si ribella la popolazione giordana è stato svelato il 28 gennaio dal presidente statunitense, Donald Trump, e, se portato a termine, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Inoltre, è previsto lo stanziamento di 50 miliardi di dollari in investimenti internazionali, volti a costruire una nuova entità para-statale palestinese, con una propria capitale, Al-Quds, che includerebbe alcune delle aree esterne di Gerusalemme Est.

Sin dal 31 gennaio, la Giordania ha espresso la propria opposizione e migliaia di manifestanti si sono riversati nelle piazze di Amman e di altre città del Paese, per mostrare la propria solidarietà al popolo palestinese e per esortare i Paesi arabi a salvaguardare il diritto del Regno hashemita a custodire i luoghi santi all’interno di Gerusalemme, tra cui il sito della moschea di al-Aqsa, il terzo luogo sacro dell’Islam. In tale occasione, il monarca giordano, Abdullah II, aveva ribadito la “ferma posizione” della Giordania a sostegno della popolazione palestinese, oltre che a favore della creazione di uno Stato indipendente, basato sui confini pre-1967, con Gerusalemme Est come capitale.

Il secondo motivo al centro delle proteste è da far risalire al primo gennaio 2020, quando la compagnia Noble Energy, con base in Texas, ha cominciato le attività di pompaggio presso il giacimento israeliano di Leviathan, situato a circa 130 km ad Ovest della città portuale di Haifa, sul Mar Mediterraneo, consentendo alla Giordania di ricevere le prime forniture “sperimentali” di gas naturale. Sulla base dell’accordo raggiunto tra la Noble Energy e la National Electricity Company (NEPCO) giordana, nel 2016, la prima fornirà quantità di gas dal valore di 15 miliardi di dollari al Regno hashemita, per una quantità giornaliera pari a circa 300 milioni di piedi cubi.

Da un lato, il governo giordano considera l’accordo stipulato un modo efficace per garantire la stabilità dei prezzi dell’energia per il prossimo decennio, in quanto sarà possibile risparmiare almeno 500 milioni di dollari all’anno, e ciò risulta essere di estrema importanza in un Paese segnato da un deficit di bilancio cronico. Dall’altro lato, la popolazione del Regno hashemita ritiene che l’accordo vada contro la sua volontà e si oppone alla ricezione di gas proveniente da Israele, considerato un nemico, il quale, inoltre, risulterebbe tra i maggiori beneficiari.

Il 14 febbraio, il primo ministro, Omar Razzaz, è stato esortato, dal popolo in piazza, ad agire contro tali progetti, entrambi considerati un modo per sostenere l’occupazione israeliana e il “terrorismo sionista”. “Non abbiamo niente a che fare con il gas” è stato uno degli slogan riportati. La popolazione richiede che il denaro investito nei progetti venga riversato nell’economia nazionale, ponendo così fine a delle alleanze che minano gli interessi, la sicurezza e il futuro della Giordania e dei suoi cittadini.

In precedenza, alcuni analisti hanno evidenziato che la posizione giordana contro il Piano di Trump pone dei rischi per l’economia del Regno, che potrebbe essere colpita da sanzioni da parte degli Stati Uniti e potrebbe, al contempo, perdere uno dei maggiori finanziatori di aiuti, volti a sostenere sia le spese dello Stato sia il settore militare. Buona parte dei beni prodotti nel Regno viene esportata verso gli USA. In particolare, il Regno hashemita ha rappresentato il quarto Paese al mondo e il primo arabo a firmare un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, volto ad aumentare il volume delle esportazioni giordane verso il mercato americano.

Inoltre, le attività produttive potrebbero subire gravi perdite, aggravando ulteriormente una situazione economica precaria. La Giordania sta affrontando gli effetti della crisi economica globale, che ha contribuito al declino degli investimenti diretti esteri e delle rimesse dei giordani che lavorano all’estero, oltre a limitare le opportunità di lavoro produttivo. Il quadro economico del Regno vede un bilancio statale per il 2020 pari a 13.83 miliardi di dollari, con un deficit stimato a circa 1.76 miliardi di dollari.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.