USA: il Senato limita i poteri di guerra di Trump contro l’Iran

Pubblicato il 14 febbraio 2020 alle 9:05 in Iran USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il Senato statunitense ha approvato una risoluzione con cui limita i poteri di guerra del capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’Iran.

La votazione, avvenuta in maniera bipartisan, ha avuto luogo giovedì 13 febbraio. Otto repubblicani si sono uniti ai democratici per approvare la risoluzione con un voto di 55-45. Secondo quanto stabilito dal testo avallato, scritto dal senatore Tim Kaine, la Casa Bianca dovrà chiedere l’autorizzazione del Congresso prima di intraprendere azioni militari contro l’Iran. Non da ultimo, Trump è stato rimproverato per le azioni condotte nel mese di gennaio scorso, tra cui il raid contro l’aeroporto di Baghdad, il 3 gennaio, che ha causato la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani. Tali operazioni, è stato riportato, hanno sollevato il timore di un conflitto regionale più ampio.

Secondo quanto riferito dal New York Times, il voto rappresenta un tentativo anomalo da parte del Senato di frenare i poteri di Trump, dopo circa una settimana dall’assoluzione dalle accuse di impeachment, e quasi sei settimane dopo l’uccisione del comandante iraniano, condotta senza l’autorizzazione del Congresso. Il disegno di legge era già stato approvato alla Camera dei Rappresentanti a gennaio, e ora dovrà esservi nuovamente ripresentato, a seguito di alcune modifiche apportate in Senato. Il presidente statunitense, da parte sua, si è detto pronto a porre il veto sulla risoluzione. Questo potrà essere superato con una nuova votazione alla Camera e una al Senato, in cui sarà necessario raggiungere i due terzi dei voti a favore.

Come evidenziato dal NYT, un numero “stranamente” elevato di repubblicani ha provato a recuperare il proprio ruolo su questioni relative a guerra e pace. A tal proposito, Kaine e altri sostenitori, sia repubblicani sia democratici, hanno affermato che la risoluzione non riguarda Trump o la presidenza in sé, ma rappresenta un modo per riaffermare il potere del Congresso in caso di dichiarazioni di guerra, ai sensi dell’Articolo I della Costituzione. Come affermato dal senatore, Trump e altri presidenti dovrebbero essere in grado di difendere gli Stati Uniti da attacchi imminenti, ma il loro potere per intraprendere una guerra si ferma qui. “Una guerra offensiva richiede un dibattito e un voto congressuale” sono state le parole di Kaine, principale promotore della risoluzione.

Per Trump, questa rappresenta un affronto personale e, già il 12 febbraio, aveva esortato i repubblicani a respingerla, definendo la misura uno spettacolo pericoloso di pusillanimità e un tentativo dei democratici di “mettere in imbarazzo il Partito repubblicano”. A detta del capo della Casa Bianca, nell’ultimo periodo, gli USA hanno raggiunto risultati positivi nelle relazioni con l’Iran e, pertanto, questo non è il momento di mostrare debolezza. “Se le mie mani fossero legate, l’Iran avrebbe una giornata campale. Tutto ciò dà segnale pessimo” ha affermato Trump in un tweet.

Vi sono buone probabilità che la risoluzione passi alla Camera a guida democratica, dove la presidente Nancy Pelosi aveva precedentemente affermato che questa sarebbe stata adottata “nelle prossime settimane”. Dal canto loro, i consulenti della Casa Bianca avevano messo in guardia dal veto di Trump, affermando che la misura era “fondata su una premessa errata” perché gli Stati Uniti non stavano “utilizzando forza” contro l’Iran.

Anche se il Senato non sarà in grado di far fronte al veto, Kaine spera che la risoluzione possa comunque influenzare Trump quando dovrà decidere di azioni militari in futuro. Una mossa simile si è verificata nel mese di luglio 2019, quando il Congresso non è riuscito a scavalcare il veto di Trump relativo alla legislazione sulla vendita di armi da miliardi di dollari all’Arabia Saudita.

Il clima particolarmente teso tra Washington e Teheran è stato segnato da alcune vicende susseguitesi a cavallo tra il 2019 ed il 2020. Tra queste, nelle prime ore dell’8 gennaio, due basi situate nelle regioni irachene di Erbil e al-Anbar, ospitanti altresì soldati statunitensi, sono state colpite da una serie di missili, lanciati da Teheran per rivendicare la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio scorso. L’attacco non ha causato vittime, ma, a detta del Pentagono, lesioni cerebrali per quasi 100 soldati statunitensi.

Ad aver peggiorato ulteriormente la situazione a priori, la decisione del presidente degli Stati Uniti, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.