Myanmar: bombardamenti su una scuola elementare, feriti 19 bambini

Pubblicato il 14 febbraio 2020 alle 12:29 in Asia Myanmar

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Almeno 19 bambini sono stati feriti in seguito ai bombardamenti effettuati nei pressi di una scuola elementare nello stato di Rakhine, in Myanmar. In questa regione, gli scontri tra truppe governative e ribelli etnici si sono intensificati, costringendo decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case e portando nuovo caos in un’area del Paese da cui, nel 2017, oltre 730.000 musulmani della minoranza Rohingya erano dovuti fuggire a causa della repressione militare. L’Esercito di Arakan, che recluta i propri membri per lo più dalla maggioranza buddista del Paese, sta combattendo a Rakhine per una maggiore autonomia delle regioni occidentali dal governo centrale. Gli Arakanesi, che rappresentano il gruppo etnico di maggioranza nello stato di Rakhine, costituiscono circa il 5% della popolazione totale. I ribelli, la maggior parte dei quali facenti parte del gruppo armato dell’Esercito di Arakan, perseguono l’obiettivo prioritario dell’autodeterminazione del popolo arakanese. Nel novembre 2019, sono stati contati circa 20.000 seguaci dell’Esercito, diventato uno dei maggiori gruppi armati di ribelli etnici del Myanmar.  

Il fuoco dell’artiglieria, che ha colpito una scuola nel villaggio di Khamwe Chaung, nella cittadina di Buthidaung, giovedì 13 febbraio, ha provocato 19 feriti, uno dei quali verserebbe in condizioni critiche. È quanto ha riferito un membro del Parlamento locale, Tun Aung Thein, intervistato da Reuters per telefono, specificando che non sono ancora chiari i responsabili dell’attacco. Un portavoce militare ha invece posto a 20 il numero dei feriti e ha dichiarato che i colpevoli sarebbero da rintracciare tra i ribelli. “Abbiamo curato alcuni degli studenti presso l’ufficio militare vicino alla scuola e ne abbiamo portati 5 in ospedale”, ha detto a Reuters il generale di brigata Zaw Min Tun.

Un portavoce dell’Esercito di Arakan ha invece negato la responsabilità dell’attacco, affermando che il gruppo non possiede questi strumenti di artiglieria. Ad essere responsabili, a suo dire, sarebbero sicuramente le forze governative.  

L’ambasciata britannica del Myanmar ha rilasciato una dichiarazione, giovedì, in cui sollecita le parti a interrompere le violenze. “L’aumento degli scontri nello stato di Rakhine sta causando negli ultimi giorni una sofferenza estrema per molte delle persone che vivono lì”, ha dichiarato Dan Chugg, ambasciatore britannico in Myanmar. “La notizia di un bombardamento su una scuola della regione, in occasione della Giornata dei bambini del Myanmar e solo qualche tempo dopo la recente uccisione di due donne di etnia Rohingya, una delle quali incinta, evidenzia l’impatto che le violenze stanno avendo su persone innocenti”.

Le 2 donne sono state uccise, mentre altre 7 persone sono rimaste ferite, dopo che le truppe del Myanmar hanno condotto un attentato contro un villaggio della minoranza Rohingya, il 25 gennaio, nello stato di Rakhine. Secondo quanto riferito da un membro del Parlamento nazionale del comune di Buthidaung, Maung Kyaw Zan, gli esplosivi con cui è stata condotta l’offensiva provenivano da un battaglione posto nelle vicinanze. Non ci sarebbero stati combattimenti in tale occasione ma solo colpi di artiglieria.

Delle diverse centinaia di migliaia di Rohingya ancora a Rakhine, molti vivono in condizioni simili all’apartheid, privati della possibilità di viaggiare liberamente o accedere a servizi di assistenza sanitaria e di istruzione, oltre ad essere coinvolti nei perduranti combattimenti tra le forze armate ed i cosiddetti “ribelli”. Di recente, la regione è stata caratterizzata da un’ulteriore situazione di caos, scaturita dai combattimenti tra l’esercito centrale e l’esercito di Arakan. Tali tensioni stanno causando decine di migliaia di sfollati e decine di morti.

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tuttavia, il 23 gennaio, il tribunale supremo delle Nazioni Unite ha ordinato al Paese di proteggere la minoranza e di porre fine agli abusi perpetrati. In particolare, a seguito dell’unanimità mostrata da una giuria di 17 giudici, il tribunale ha confermato le disposizioni della Convenzione sul genocidio del 1948, affermando che il Myanmar “aveva causato danni irreparabili contro i diritti dei Rohingya”. Ciò si è verificato grazie all’intervento del Gambia che, il 10 dicembre 2019, ha portato il caso di fronte alla Corte, chiedendo alla comunità internazionale di agire per fermare il genocidio.

L’escalation di violenza è divenuta sempre più acuta a partire dal mese di agosto 2017. In quel periodo, a seguito a degli attacchi condotti contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti Rohingya, lo Stato ha risposto impiegando violenza e causando l’esodo di circa 730.000 membri della minoranza musulmana verso il Bangladesh. Per le Nazioni Unite, il giro di vite verificatosi è da considerarsi un genocidio. Alla voce dell’Onu si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Dal canto loro, le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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