Iraq: colpita una base con soldati statunitensi

Pubblicato il 14 febbraio 2020 alle 10:33 in Iraq USA e Canada

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Un missile Katyusha è stato lanciato contro una base militare irachena, situata nella provincia settentrionale di Kirkuk, che ospita truppe statunitensi.

L’attacco si è verificato nella sera del 13 febbraio e, secondo quanto riferito da fonti di sicurezza locali, non sono state riportate vittime. La base colpita è la K1, la stessa interessata da un attacco missilistico, il 27 dicembre 2019, che aveva causato la morte di un soldato statunitense che vi lavorava. Un attentato che, a detta di Washington, è stato condotto dalle cosiddette “Brigate di Hezbollah”, un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran.

Circa l’episodio del 13 febbraio, le fonti hanno sottolineato che il missile è atterrato sulla base che comprende un reggimento delle forze americane, il quartier generale della sesta divisione della polizia federale, il quartier generale della 61a brigata del reggimento delle forze speciali e il quartier generale di un reggimento delle forze impegnate nella lotta al terrorismo. È stato altresì riferito che, a seguito dell’attacco, aerei da guerra americani a bassa quota hanno sorvolato l’area, nonostante il maltempo.

Negli ultimi quattro mesi, le forze e l’ambasciata statunitense in Iraq sono state esposte a circa 20 attacchi missilistici. L’accaduto del 27 dicembre contro Kirkuk, città ricca di risorse petrolifere, aveva causato altresì il ferimento di altri funzionari, 4 statunitensi e 2 membri delle forze di sicurezza irachene. Successivamente, l’esercito statunitense ha condotto, il 29 dicembre, attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq, provocando circa 25 morti. Si trattava, nello specifico, di tre basi situate in Iraq, nel governatorato occidentale di Anbar, e due siriane, tutte appartenenti al gruppo sciita. Da tali postazioni, secondo quanto riferito, venivano altresì pianificati e perpetrati attentati contro le forze della coalizione internazionale anti-ISIS.

A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di proteste nella capitale irachena Baghdad, il 31 dicembre ed il primo gennaio, nei pressi del compound dell’ambasciata statunitense nella Green Zone, dove manifestanti hanno sventolato bandiere delle Forze di Mobilitazione Popolare, un gruppo paramilitare di cui le Brigate di Hezbollah rappresentano una ramificazione. Teheran ha successivamente attaccato, l’8 gennaio, due basi in Iraq che ospitano truppe statunitensi, mantenendo la sua promessa di vendicare la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio a seguito di un raid ordinato dal presidente della Casa Bianca, Donald Trump. La prima base aerea oggetto dell’attacco è stata quella di Ain al-Assad, situata nel governatorato occidentale iracheno di Al-Anbar, mentre la seconda quella di Harir, nel distretto di Shaqlawa, a 75 km dal centro della città di Erbil. Si tratta della base statunitense più vicina dal confine iraniano, da cui dista circa 115 km.

A seguito di questi episodi, gli Stati Uniti avevano sospeso le proprie operazioni congiunte in Iraq, riprendendole successivamente, il 15 gennaio. Tale mossa è giunta a due settimane di distanza dalla decisione del Parlamento di Baghdad, con cui si proponeva al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Ciò perché gli eventi precedenti erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington, e si temeva che il Paese potesse divenire un campo di battaglia tra Iran e Stati Uniti.

In tale quadro, il 30 gennaio, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico, guidata dagli Stati Uniti, sono state riavviate. La coalizione anti-ISIS, a guida statunitense, conta circa 80 membri. Sin dal 2014, questa si è impegnata nella lotta allo Stato Islamico, con l’obiettivo di sconfiggerlo su tutti i fronti, distruggendo altresì le proprie reti ed ostacolando le proprie mire espansionistiche. Oltre alle campagne militari condotte in Iraq e in Siria, la coalizione mira anche a minare l’infrastruttura finanziaria ed economica dell’ISIS, a frenare il flusso di foreign fighter attraverso i confini e a riportare la stabilità ed i servizi pubblici essenziali nelle aree liberate dalla morsa del gruppo terroristico.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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