USA, UK e Norvegia spingono per un tempestivo accordo in Sud Sudan

Pubblicato il 13 febbraio 2020 alle 15:28 in Europa Sud Sudan USA e Canada

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I governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, mercoledì 12 febbraio, in cui incoraggiano i leader del Sud Sudan ad accelerare le procedure per raggiungere un accordo di pace entro la scadenza prefissata. Il termine ultimo per concludere il patto è stato programmato al 22 febbraio. “Mancano pochi giorni alla formazione di un governo di transizione, basato sulla condivisione del potere in Sud Sudan. Il tempo è quasi scaduto”, hanno scritto i governi della “troika”. “In particolare, incoraggiamo tutte le parti, incluso il governo, a raggiungere un consenso sulla via da seguire per definire il numero esatto di Stati regionali. Il rifiuto di scendere a compromessi e andare avanti mina l’accordo, mette a rischio il cessate il fuoco ed erode la fiducia pubblica e dei partner”, continua la dichiarazione. I Paesi hanno poi elogiato gli sforzi dell’Autorità Intergovernativa sullo Sviluppo (IGAD), che fa da mediatore nella disputa, e hanno condannato gli scarsi progressi raggiunti dai leader sudanesi fino ad ora.

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiir e l’ex capo ribelle Riek Machar si sono incontrati più volte questa settimana ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, per discutere delle questioni rimaste irrisolte, in particolare quella sul numero di Stati regionali in cui dovrebbe essere suddiviso il Paese. Il governo spinge per averne 32 mentre i ribelli auspicano un ritorno ai 10 iniziali.

Già a novembre, Kiir e Machar non erano riusciti a rispettare la scadenza per la risoluzione dell’impasse, così come stabilito nell’accordo di pace firmato a settembre 2018, e avevano stabilito di posticipare di altri 100 giorni la creazione dell’esecutivo congiunto.  La ragione del ritardo, secondo quanto rivelato da fonti governative, ha riguardato la necessità di risolvere alcune questioni fondamentali di governance e sicurezza. Gli Stati Uniti, che contribuiscono allo sviluppo del Paese africano con circa 1 miliardo di dollari all’anno in aiuti umanitari, si erano più volte detti delusi dalla mancanza di progressi nelle trattative per la formazione del nuovo governo di unità nazionale.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo di pace. Secondo quanto previsto dal patto, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata. La mancanza di fondi e la scarsa fiducia reciproca tra le parti hanno messo a repentaglio il rispetto della promessa e rischiano di far svanire le speranze sulla creazione, inizialmente auspicata, di una forza unificata si 83.000 soldati. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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