Il Sudan accetta di risarcire le vittime dell’attentato alla USS Cole

Pubblicato il 13 febbraio 2020 alle 19:01 in Sudan USA e Canada

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Il Sudan ha accettato di risarcire tutte le famiglie delle vittime dell’attacco terroristico compiuto da Al Qaeda, il 12 ottobre del 2000, contro il cacciatorpediniere USS Cole, al largo delle coste dello Yemen. La mossa fa parte delle iniziative portate avanti dal governo di Khartoum per favorire la rimozione del Paese dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo. Non è ancora chiaro quale sia il valore esatto del risarcimento ma una fonte interna, che seguirebbe da vicino le trattative, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters, in condizione di anonimato, che il Sudan avrebbe accettato di archiviare il caso per una cifra pari a 30 milioni.

Nell’attentato, a carattere suicida, erano stati uccisi 17 marinai, mentre circa 40 erano rimasti feriti. Due uomini, a bordo di una piccola imbarcazione carica di esplosivo, si erano fatti saltare in aria a pochi passi dalla nave della Marina statunitense, mentre si riforniva al porto di Aden, nello Yemen meridionale.

Khartoum ha affermato che la decisione di ricompensare le vittime dell’incidente è stata presa con lo scopo dichiarato di “soddisfare le condizioni stabilite dall’amministrazione americana per la rimozione del Sudan dalla sua lista di Stati sponsor del terrorismo”, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale SUNA, che ha citato il Ministero della Giustizia. Essere designato sponsor del terrorismo significa per il Sudan non poter accedere alle procedure per la riduzione del debito e ai finanziamenti concessi dagli istituti di credito internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. In più, la rimozione dalla lista potrebbe anche spalancare le porte agli investimenti esteri.

“Il governo del Sudan intende sottolineare che l’accordo di risarcimento specifica esplicitamente che Khartoum non è responsabile dell’incidente al cacciatorpediniere né di qualsiasi altro atto terroristico”, ha chiarito il Ministero della Giustizia in una nota, giovedì 13 febbraio.

L’annuncio arriva due giorni dopo la notizia che, in Sudan, tutti coloro che hanno ricevuto un mandato di arresto da parte della Corte penale Internazionale saranno portati all’Aia per essere processati con l’accusa di crimini di guerra e genocidio nella regione del Darfur. L’elenco include l’ex presidente sudanese, Omar al-Bashir, rimosso dal potere l’11 aprile scorso.

I parenti dei marinai statunitensi rimasti uccisi nell’attentato del 2000 avevano fatto causa al Sudan ai sensi del Foreign Sovereign Immunity Act del 1976, che generalmente esclude le cause contro Paesi stranieri ad eccezione di quelli designati dagli Stati Uniti come sponsor del terrorismo. Il Sudan appartiene a questa categoria dal 1993. Nel 2014, un giudice americano aveva stabilito che il supporto sudanese ad al Qaeda “aveva contribuito all’omicidio” dei 17 marinai. Per le famiglie, dunque, veniva fissato un risarcimento di circa 35 milioni di dollari, 14 milioni dei quali versati in danni punitivi. In tale occasione, il Sudan aveva giudicato nulla la sentenza, sostenendo che la causa non era stata adeguatamente notificata al suo ministro degli Esteri, violando così gli obblighi di notifica ai sensi del diritto degli Stati Uniti e del diritto internazionale.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il generale Abdel Fattah al-Burhan ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente al-Bashir.

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Chiara Gentili

di Redazione

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