Iraq: a Baghdad una rivolta “femminile”

Pubblicato il 13 febbraio 2020 alle 14:52 in Iraq Medio Oriente

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La capitale irachena Baghdad ha assistito, il 13 febbraio, ad una vasta manifestazione “al femminile”, in cui le donne irachene hanno protestato contro corruzione e nuovo governo. Nel frattempo, si continua ad attendere la formazione del nuovo esecutivo.

Decine di donne irachene, tra cui numerose studentesse, si sono radunate, nello specifico, a piazza Tahrir, la piazza centrale simbolo dell’ampia mobilitazione popolare che sta caratterizzando sin dal primo ottobre 2019. Come accaduto nelle ultime settimane, il motivo cardine al centro delle proteste è il primo ministro neoeletto, Mohammed Tawfiq Alawi, salito alla presidenza del Consiglio il primo febbraio scorso. Gli slogan principali inneggiavano alla liberazione dell’Iraq e al contrasto alla corruzione.

La manifestazione del 13 febbraio è stata incoraggiata dal comitato organizzativo della cosiddetta “Rivolta di ottobre”, con l’obiettivo di esaltare il ruolo delle donne nelle arene irachene, come accaduto anche in passato, e per ricordare tutte coloro che sono morte dall’inizio delle proteste di ottobre 2019. Simili marce hanno interessato altresì il governatorato meridionale di Babilonia.

La popolazione irachena, nel frattempo, continua ad invocare la nomina di un premier indipendente e lontano da qualsiasi partito politico, nonché un esperto in grado di attuare le riforme necessarie a risanare le crisi economiche, politiche e sociali in cui versa attualmente l’Iraq. Nonostante la forte contestazione e mobilitazione, un deputato iracheno, Muhammad al-Khalidi, ha riferito che l’annuncio sulla formazione del nuovo governo vi sarà presto, presumibilmente per il 16 febbraio prossimo. A detta di al-Khalidi, l’esecutivo è pronto e Alawi informerà prima il capo di stato e l’ex premier, e successivamente inviterà il Parlamento a tenere una sessione di emergenza, volta a votare la nuova squadra governativa.

I manifestanti degli ultimi giorni, dal canto loro, hanno avanzato una nuova proposta, ovvero nominare “uno di loro” come primo ministro. La loro proposta deriva da una situazione di caos politico che, nonostante l’elezione di Alawi, persiste ancora. Un premier scelto tra i cittadini sarebbe in grado di soddisfare maggiormente le aspirazioni e le richieste della popolazione irachena, guadagnandone la fiducia. In questo modo, a detta del popolo, si porrebbe fine ad un clima di mobilitazione persistente da mesi e che ha causato numerosi “martiri”. Da parte sua, il blocco del Gruppo islamico del Kurdistan ha promesso il proprio voto al governo di Alawi a condizione che i curdi ottengano quattro portafogli ministeriali all’interno della nuova squadra. Secondo quanto riferito, inoltre, si prevede che i partiti curdi andranno a costituire nel futuro prossimo un’unica alleanza.

Parallelamente, dopo gli ultimi scontri del 12 febbraio tra manifestanti e forze dell’ordine che hanno causato il ferimento di almeno nove cittadini, le autorità irachene sono riuscite a liberare alcune aree della capitale, tra cui il ponte Sinak, mentre i gruppi di dimostranti sono stati esortati a rimanere all’interno della piazza centrale, piazza Tahrir.

Alawi, sin dall’inizio del suo mandato, si è impegnato a formare un governo che rappresenti tutte le categorie sociali irachene, oltre a contrastare il fenomeno della corruzione, a offrire opportunità di lavoro e ad allontanare i comitati economici da fazioni politiche. Nonostante ciò, il neopremier, avendo assunto il mandato di ministro delle Comunicazioni per due volte, viene considerato vicino a quella classe politica al potere fortemente contestata, e non in grado di rispondere alle richieste ed esigenze della popolazione irachena.

Alcuni analisti, poi, hanno messo in dubbio la capacità di Alawi di rispondere alle richieste dei diversi gruppi parlamentari, e hanno evidenziato le forti pressioni esercitate sul premier, oltre che alle difficoltà che potrebbe incontrare nel negoziare con i blocchi sunniti. Se il premier non riuscirà a presentare una squadra entro il termine previsto dalla costituzione, ovvero trenta giorni dall’inizio del mandato, il presidente iracheno, Barham Salih, sarà costretto a conferire l’incarico ad un’altra persona entro 15 giorni.

La forte ondata di manifestazioni ha avuto inizio il primo ottobre 2019, quando i manifestanti sono scesi in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono più placate. In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, l’ex primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, il primo febbraio scorso, hanno portato alla nomina di Alawi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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