Iran: al via la campagna per le elezioni parlamentari, 7148 i candidati

Pubblicato il 13 febbraio 2020 alle 16:20 in Iran Medio Oriente

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In Iran ha avuto inizio, il 13 febbraio, la campagna per le prossime elezioni parlamentari, previste per il 21 febbraio. Il voto è considerato un banco di prova per l’establishment politico ed i gruppi politici di matrice religiosa.

A riferirlo, il New York Times, il quale ha altresì specificato che le elezioni si terranno in un momento in cui l’Iran sta assistendo ad uno dei momenti più tesi nei propri rapporti con gli Stati Uniti, sin dalla rivoluzione del 1979. Al-Jazeera ha specificato che saranno 290 i seggi da poter occupare, di cui 5 destinati a minoranze religiose. I collegi elettorali sono 208.

Al Consiglio dei Guardiani della Costituzione, un organo costituzionale iraniano, è stato assegnato il compito di valutare le candidature presentate. In totale, sono stati 14.000 coloro che hanno presentato la propria candidatura. Secondo quanto riportato, 6850 candidati, perlopiù moderati o conservatori, sono stati respinti, per lasciare spazio a personalità più estremiste, e a circa un terzo dei legislatori precedentemente in carica è stato impedito di concorrere nuovamente. Tuttavia, il 13 febbraio, i 7148 candidati approvati hanno intrapreso la propria campagna elettorale.

Saranno circa 58 milioni gli iraniani aventi diritto al voto. Il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha criticato le squalifiche attuate, ma, così come il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha esortato la popolazione a recarsi alle urne il 21 febbraio, in un momento delicato in cui l’Iran si trova a subire pressioni a livello internazionale, anche in merito al programma sul nucleare. Per Khamenei, nel futuro Parlamento non vi sarà posto per coloro che hanno paura di parlare contro i nemici stranieri.

A detta del New York Times, il voto non avrà alcuna grande influenza sulle questioni estere o sulla politica nucleare dell’Iran, in cui Khamenei svolge un ruolo rilevante. Tuttavia, a seguito della squalifica di figure conservatrici moderate e di spicco, è probabile che gli estremisti di Khamenei domineranno il Parlamento iraniano. In tale quadro, politici pro-riforma hanno dichiarato, a gennaio 2020, di non avere candidati da poter presentare per occupare 230 dei 290 seggi, affermando che le richieste degli iraniani di elezioni “libere ed eque” non sono state soddisfatte, a causa del gran numero di esclusioni, per corruzione o infedeltà all’Islam.

In concomitanza con le elezioni parlamentari, si terrà la prima tornata supplementare della Quinta Assemblea degli esperti dell’Orientamento, un organo che ha una forte influenza nel guidare il processo politico in Iran e che ha il compito di scegliere il leader supremo se la posizione è vacante, secondo l’articolo 107 della costituzione iraniana, e di rimuoverlo se questo si dimostra incapace di adempiere ai doveri previsti, ai sensi dell’articolo 110. L’Assemblea degli Esperti comprende 88 membri, i quali sono uomini del clero eletti ogni otto anni direttamente dal popolo.

Il Majlis o Assemblea consultiva islamica, ovvero il Parlamento iraniano, ha diversi poteri, tra cui la ratifica delle leggi, il riconoscimento della fiducia del governo, il blocco dei ministri, l’isolamento del Presidente della Repubblica e la supervisione delle prestazioni di varie istituzioni. I deputati sono eletti a suffragio universale diretto, ogni quattro anni e i candidati che ottengono almeno il 25% dei voti entrano a far parte del Majlis. I 290 seggi vengono assegnati attraverso un sistema misto di collegi uninominali e collegi plurinominali.

L’elezione di tale organo legislativo rappresenta, secondo diversi analisti, un test significativo per comprendere gli equilibri di forza tra i diversi blocchi politici e, in particolare, tra conservatori e riformisti. Non da ultimo, le elezioni del 21 febbraio potranno altresì dare un’idea di cosa succederà con le elezioni presidenziali previste per l’estate del 2021. L’Iran, oltre a risentire delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, deve far fronte ad un’ondata di malcontento popolare già esplosa nel mese di novembre 2019, e che ha visto protagonisti numerosi operai e giovani. Tale fascia ha più volte chiesto che la classe religiosa al potere sin dal 1979 si ritiri dal panorama politico iraniano.

Dall’11 al 13 gennaio, l’Iran ha assistito alla seconda ondata di proteste in pochi mesi, a seguito dell’incidente dell’8 gennaio. In tale data, un aereo ucraino è precipitato sul suolo iraniano, causando la morte dei 176 passeggeri a bordo.  Sebbene in un primo momento da parte iraniana fosse stata negata qualsiasi responsabilità, le autorità iraniane, l’11 gennaio, hanno ammesso che l’incidente è stato causato da un missile iraniano che ha colpito per sbaglio il Boeing 737. Ciò ha causato una forte ondata di proteste durata tre giorni, a partire dall’11 gennaio stesso, che ha visto la popolazione iraniana scendere in piazza per ribellarsi contro le autorità iraniane, definite “bugiarde”, oltre che per contrastare le politiche adottate dal governo ed il modo in cui sia stato gestito il caso relativo all’incidente.

La prima ondata di manifestazioni ha avuto luogo dal 15 al 18 novembre 2019, a seguito della decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. L’obiettivo di Teheran era razionare le scorte del Paese, la cui economia è stata colpita dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Secondo quanto rivelato da Amnesty International, in tale occasione il bilancio delle vittime ammonta ad almeno 304 morti. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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