Proteste e indignazione intorno al caso di Patrick Zaky: anche l’UE si interessa

Pubblicato il 12 febbraio 2020 alle 15:47 in Egitto Europa

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Continuano le pressioni sul caso del ragazzo egiziano arrestato all’aeroporto del Cairo mentre tornava dall’Italia, dove studia, per fare visita alla sua famiglia. Sulla vicenda di Patrick George Zaky, 27 anni, si è espressa anche l’Unione Europea che, attraverso il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), ha detto di essere in contatto con le autorità egiziane e di star valutando attentamente la situazione con la sua delegazione al Cairo. Il Servizio è l’ente che gestisce le relazioni diplomatiche dell’Ue con i Paesi non europei ed è guidato dall’Alto rappresentante Josep Borrell. Da Bruxelles, il portavoce della Seae, Peter Stano, è stato chiamato a rispondere alle domande dei giornalisti. In caso necessario, ha assicurato, saranno intraprese le azioni adeguate. “Appena avremo raccolto informazioni saremo in grado di dire qualcosa di più concreto. L’Unione europea sta cercando di stabilire tutti i fatti, e, se sarà necessaria un’iniziativa, l’Unione sosterrà in pieno le autorità italiane”, ha chiarito Stano, aggiungendo: “In generale posso dire che l’Ue segue le questioni che riguardano i diritti umani molto da vicino, continuando a sollevarle con i nostri partner egiziani, e appena avremo abbastanza informazioni solleveremo anche questa”.

Secondo quanto riferito dai legali egiziani di Patrick, il ragazzo si trova al momento in una camera di sicurezza del commissariato di polizia Mansoura. “È psicologicamente distrutto, è arrabbiato”, ha dichiarato Hoda Nasrallah, uno dei suoi avvocati, chiarendo che lo studente ha parlato a lungo con gli inquirenti delle torture subite. I genitori hanno detto, come riportato da Ansa, che il figlio sarebbe stato torturato, picchiato e interrogato per 30 ore sui suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni. Tra i capi d’accusa sul suo conto, figurano l’incitazione alle proteste, l’uso dei social media a danno della sicurezza nazionale, la propaganda terroristica e l’uso della violenza. La mobilitazione popolare intorno alla causa del ragazzo, che per certi versi richiama la tragica vicenda dell’italiano Giulio Regeni, risulta comunque alta. Diverse società civili e attivisti per i diritti umani premono per il rilascio di Patrick. Lunedì 10 febbraio, a Bologna, la città dove il 27enne studia e fa ricerca, è stato organizzato un flashmob di diverse associazioni studentesche che hanno chiesto al governo italiano e al Ministero degli Esteri misure più incisive per il rilascio di Zaky e per un cambiamento nei rapporti con l’Egitto

Amnesty International, che sta seguendo da vicino tutta la storia, ha commentato la posizione europea definendola prudente e attendibile ma sicuramente non scontata. “Nulla è inutile in questa fase ma ci aspettiamo un’azione incisiva e costante a partire dalla presenza, come chiesto dall’Italia, di osservatori Ue all’udienza o alle udienze che seguiranno, la prima delle quali il 22 febbraio”, ha dichiarato il portavoce della ONG in Italia, Riccardo Noury. In tale data scadranno i 15 giorni di detenzione preventiva e ci sarà una prima udienza a Mansoura per decidere se rinviare il ragazzo a giudizio, se prorogare il fermo di altri 15 giorni o se decretarne il rilascio.

Amnesty ha avanzato, da parte sua, la proposta di richiamare temporaneamente in patria l’ambasciatore italiano in Egitto al fine di ottenere dei chiarimenti. “Il mio giudizio è assolutamente negativo. In generale ritengo che sia necessario richiamare anche solo per 48 o 72 ore l’ambasciatore in Italia per avere delle risposte da dare alla famiglia e all’opinione pubblica”, ha detto Noury, in merito all’operato del diplomatico italiano, Giampaolo Cantini, sul caso di Patrick. “L’Italia deve capire”, ha aggiunto il portavoce della ONG, “che il destino del ragazzo è nelle sue mani. Vanno bene le dichiarazioni tempestive ma dobbiamo uscire dalla circostanza. Vuol dire chiedere ogni giorno e insistentemente alle autorità del Cairo che cosa sta succedendo a Zaky“.

Per 24 ore dal suo atterraggio all’aeroporto del Cairo, venerdì 7 febbraio, Patrick è improvvisamente risultato scomparso. Nemmeno la sua famiglia era al corrente dell’arresto. Secondo quanto dichiarato da Amnesty International, che ha prontamente inviato una lettera all’ambasciatore egiziano a Roma, il rischio che Zaky possa subire torture è decisamente elevato. “La sensazione è che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaky e la storia dell’Egitto sotto Al Sisi”, ha scritto la ONG sul suo sito italiano. “Come in altri casi, il rischio è che i reati imputati a Zaky si riferiscano in realtà a legittime attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica: alibi per legittimare una procedura del tutto illegale”, aggiunge. Intervistato dall’agenzia di stampa ANSA, Noury aveva dichiarato, il 10 febbraio: “Ci aspettiamo un susseguirsi di ordini di detenzione di 15 giorni, rinnovabili più volte, e naturalmente in questa situazione di detenzione prolungata, con la scusa di condurre indagini, il rischio è che le condizioni detentive siano equiparabili a tortura, se non la tortura stessa”. La ONG Iniziativa Egiziana per i diritti personali (EIPR), di cui il ricercatore fa parte, ha riferito che il ragazzo sarebbe già stato picchiato e torturato con l’elettrochoc dalle forze di sicurezza egiziane. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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