Lo status quo dell’Iraq tra proteste e caos politico

Pubblicato il 12 febbraio 2020 alle 15:55 in Iraq Medio Oriente

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Diverse città meridionali e la capitale dell’Iraq continuano ad assistere a movimenti di protesta, che vedono centinaia di migliaia di cittadini determinati ad opporsi al sistema e alla classe politica al potere.

In particolare, nella notte tra l’11 ed il 12 febbraio, gruppi di manifestanti si sono radunati nella piazza centrale della capitale, nonché simbolo della contestazione, piazza Tahrir, nel governatorato di Dhi Qar e nella città meridionale di al-Muthanna. La principale richiesta della popolazione continua ad essere l’elezione di un primo ministro indipendente e lontano da qualsiasi partito politico. Tali caratteristiche non sono incarnate dal premier neoeletto, Mohammed Tawfiq Alawi, salito alla presidenza del Consiglio il primo febbraio scorso. Pertanto, il popolo iracheno si è detto determinato a continuare fino a quando le proprie richieste non verranno realmente soddisfatte. Non da ultimo, le autorità sono state esortate a porre fine alle proprie azioni di repressione violenta, e a portare davanti alla giustizia coloro che, invece, le hanno condotte sino ad ora.

Tuttavia, negli ultimi giorni, i manifestanti si sono ritrovati a far fronte ad attacchi e azioni di violenza perpetrati altresì dai rappresentanti del movimento sadrista, il cui leader, Muqtada al-Sadr, è un clerico sciita che appoggia, contrariamente al resto della popolazione, il nuovo primo ministro. Al-Sadr, inoltre, è a capo di uno tra i maggiori blocchi di coalizione in Parlamento, Sairoon, e negli ultimi mesi, prima dell’elezione di Alawi, era tra i principali promotori dei movimenti di protesta. Proprio nella sera dell’11 febbraio, uomini filo-sadristi hanno preso d’assalto un accampamento a piazza Tahrir, ponendo fine ad un sit-in organizzato perlopiù da studenti.

Mentre le forze dell’ordine erano impegnate a liberare alcune aree della capitale, tra cui il ponte al-Sinak, nella mattina del 12 febbraio, i manifestanti hanno continuato ad occupare altre zone, tra cui piazza al-Khilani, situata sul lato orientale del ponte che collega la piazza con l’ambasciata iraniana a Baghdad. Tuttavia, le autorità irachene hanno messo in guardia la popolazione, invitandola ad occupare soltanto piazza Tahrir e dichiarando che chi contravviene a tale misura può incorrere ad azioni penali, ai sensi di norme e standard relativi altresì ai diritti umani.

I manifestanti hanno poi avanzato una nuova proposta, ovvero nominare “uno di loro” come primo ministro. La loro proposta deriva da una situazione di caos politico che, nonostante l’elezione di Alawi, persiste ancora. Un premier scelto tra i cittadini sarebbe in grado di soddisfare maggiormente le aspirazioni e le richieste della popolazione irachena, guadagnandone la fiducia. In questo modo, a detta del popolo, si porrebbe fine ad un clima di mobilitazione persistente da mesi e che ha causato numerosi “martiri”.

Nella sera dell’11 febbraio, il presidente del Consiglio dei rappresentanti iracheno, Mohamed al-Halbousi, ha discusso con il capo di Stato, Barham Salih, degli sviluppi relativi alla situazione politica irachena, con un focus sulla formazione del governo. Entrambi hanno evidenziato la necessità di formare un esecutivo forte, che rappresenti tutte le componenti sociali, che abbia una visione chiara della situazione presente e futura, e che sia in grado di mettere in atto le riforme necessarie, tra cui quella della legge elettorale, ed indire elezioni anticipate, così da rispondere alle esigenze della popolazione.

La forte ondata di manifestazioni ha avuto inizio il primo ottobre 2019, quando i manifestanti sono scesi in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono più placate. In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, l’ex primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, il primo febbraio scorso, hanno portato alla nomina di Alawi.

Al-Jazeera ha messo in evidenza che, ancora oggi, la fonte originaria del movimento non è ben chiara. Inoltre, nelle arene di protesta, non è emersa alcuna organizzazione o leader, il che ha reso difficile organizzare una mobilitazione in modo chiaro, concordare obiettivi specifici, e preservare i risultati raggiunti.

Tuttavia, il numero di manifestanti, sin dal primo ottobre, è andato via via crescendo, di fronte ad un aumentare delle forme di violenza e repressione. Solo durante la prima settimana, 157 manifestanti sono stati uccisi a Baghdad, secondo un bilancio ufficiale. Successivamente, con la seconda ondata iniziata il 25 ottobre il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 550, a cui si aggiungono 30.000 feriti. I partecipanti delle proteste appartengono a diverse classi sociali, ma si tratta perlopiù di giovani. Diversi poi gli studenti riunitisi con professori universitari, i quali hanno altresì organizzato dibattiti e discussioni. Un altro ruolo cardine è stato svolto dalle tribù locali, le quali si sono poste a sostegno dei manifestanti.

A detta di al-Jazeera, il sostegno di al-Sadr al neopremier contraddice il sostegno mostrato dal leader sciita nei primi mesi di proteste. Tuttavia, è stato evidenziato, le ultime mosse del movimento sadrista, caratterizzate altresì da violenza, hanno causato una diminuzione del numero dei manifestanti, sebbene siano state raramente criticate dai media.

Parallelamente, i manifestanti sono stati altresì vittime di intimidazioni, omicidi, rapimenti e diversi tipi di minacce. Le autorità affermano che attualmente si stanno impegnando per tenere elezioni anticipate, in conformità con una legge elettorale non ancora ratificata dal presidente e non del tutto soddisfacente per i manifestanti. Tuttavia, si è ben lontani da una vera e propria caduta del regime, inneggiata dai manifestanti sin da ottobre.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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