Il coronavirus peggiora i rapporti tra Hong Kong e Pechino

Pubblicato il 12 febbraio 2020 alle 20:30 in Cina Hong Kong

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L’epidemia di coronavirus a Hong Kong arriva dopo 7 mesi di proteste contro l’influenza di Pechino. In tale contesto, l’isola teme non solo il virus, ma anche le sue conseguenze sociali. 

Sebbene le proteste siano diminuite, l’indignazione nei confronti della Cina continentale è aumentata a seguito dello scoppio dal nuovo focolaio virale. I residenti di Hong Kong si lamentano dell’incapacità dei funzionari cinesi di prepararsi ad una lunga epidemia e della loro inadeguatezza nel garantire forniture mediche sufficienti a tutta la popolazione. Alcuni osservatori, citati dal quotidiano Al-Jazeera English, affermano che l’epidemia di coronavirus abbia aperto un nuovo fronte nella guerra contro le interferenze cinesi negli affari interni di Hong Kong. “L’epidemia arriva proprio quando i manifestanti sono sempre più passati dalla mobilitazione di massa alla resistenza quotidiana”, ha affermato Edmund Cheng, politologo presso la City University di Hong Kong, specializzato in movimenti sociali. “Condannano il governo perché non riesce a proteggere il benessere pubblico, quindi ritengono opportuno assumersi la responsabilità di agire”, ha aggiunto il professor Cheng. 

A seguito dello scoppio del virus, i manifestanti hanno chiesto di chiudere completamente il confine. Tuttavia, l’esecutivo di Hong Kong, guidato da Carrie Lam, ha mantenuto 2 passaggi aperti. Tuttavia, chiunque arrivi dalla Cina è tenuto ad osservare una quarantena di 14 giorni, prima di poter accedere liberamente all’isola. La pressione per chiudere i confini riflette non solo la paura di una nuova e sconosciuta infezione virale, ma è anche sintomo delle tensioni tra la popolazione di Hong Kong e la Cina continentale. Alcuni residenti dell’isola temono il virus, mentre altri temono le sue conseguenze, anche in termini di azioni da parte di Pechino. Nell’estate del 2003, pochi mesi dopo che l’epidemia di SARS aveva colpito l’economia di Hong Kong, la Cina aveva allentato le restrizioni sui visti, consentendo a centinaia di milioni di turisti cinesi di visitare e aiutare il territorio a riprendersi. Nell’ambito del quadro “un Paese, due sistemi”, Hong Kong mantiene i controlli alle frontiere, ma Pechino gestisce l’emissione dei visti.

Tale politica, nel 2017 aveva creato 51 milioni di turisti ad Hong Kong. Tale cifra significa che 4 visitatori su cinque nell’isola erano cinesi. Entro il 2018, la città, che ha una popolazione di 7,5 milioni di abitanti, aveva il rapporto visitatori/residenti più elevato rispetto persino a New York City, secondo il Peterson Institute di Washington, DC. Il boom del turismo ha contribuito ad una crescita compresa tra il 2 e il 4% del PIL, ma ha seminato rabbia e frustrazione in una città già densamente popolata e molto orgogliosa della sua lingua e identità cantonese. I visitatori della terraferma, invece, parlano principalmente cinese mandarino. I visitatori sono stati definiti “locuste” in una pubblicità su un giornale, nel 2012, e hanno contribuito all’insofferenza della popolazione locale contro Pechino. 

Secondo quanto riporta il New York Times, l’epidemia di coronavirus era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

Le proteste ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo 2019 e hanno raggiunto il proprio apice nel mese di giugno dello stesso anno. Al centro della violenta ondata di mobilitazione, un controverso disegno di legge che avrebbe consentito l’estradizione dei cittadini di Hong Kong verso la Cina continentale. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, le manifestazioni si erano già trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. A seguito del ritiro della proposta di legge, l’esecutivo di Hong Kong ha respinto le altre richieste dei manifestanti, tra cui figurano: l’amnistia per i manifestanti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi di violenza della polizia e il rilancio del processo di riforma politica in senso democratico. Con il passare del tempo, le proteste sono diventate sempre più frequenti e violente.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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