Naufragio di una barca di rifugiati Rohingya al largo del Bangladesh

Pubblicato il 11 febbraio 2020 alle 16:13 in Asia Bangladesh

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Almeno 15 rifugiati di etnia Rohingya sono morti e decine rimangono dispersi dopo che una barca sovraffollata è affondata al largo della costa meridionale del Bangladesh. 

Circa 130 persone, principalmente donne e bambini, si trovavano sul peschereccio che stava cercando di attraversare il Golfo del Bengala, dal Bangladesh alla Malesia, l’11 febbraio, secondo quanto ha riferito un portavoce della guardia costiera di Dacca. Solo 70 persone sono state tratte in salvo. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando che erano pronti sostenere i sopravvissuti dell’incidente. “L’UNHCR e l’OIM sono rattristati da questa tragica perdita di vite umane e, insieme agli altri nostri partner delle Nazioni Unite e ad latre ONG, sono pronti a offrire assistenza al governo del Bangladesh nel rispondere ai bisogni dei sopravvissuti, per quanto riguarda cibo, alloggio, o assistenza medica”, si legge nella dichiarazione.

La barca, lunga appena 13 metri, era una delle 2 navi che hanno tentato il pericoloso viaggio di 2.000 chilometri alla vigilia della stagione dei monsoni. Questa è stata intercettata poichè 4 navi della Marina e della Guardia Costiera del Bangladesh stavano pattugliando le acque nei pressi dell’isola di St. Martin. “Abbiamo trovato una barca rovesciata. Tutti provenivano principalmente dai campi profughi di Cox’s Bazar. Non abbiamo ancora trovato alcun segno della seconda barca, ma continueremo la nostra operazione”, ha riferito un membro della guardia costiera. I rifugiati che prendono tale rotta tentano di raggiungere la Malesia su navi gestite da trafficanti, con gravi rischi per la propria incolumità. L’area di Cox’s Bazar ospita uno dei campi profughi più grandi al mondo, in cui si sono rifugiati numerosi Rohingya, in fuga dal Myanmar. Questi, tuttavia, tentano di fuggire per raggiungere la Malesia, sperando in migliori condizioni di vita. 

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal loro Paese di provenienza, il Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddhista e dell’esercito. Tali violenze sono cresciute nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione mediatica internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, si è verificata una risposta da parte dello Stato che ha portato all’esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. L’ONU aveva pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico erano accusati di genocidio nei confronti della minoranza. Alla voce delle Nazioni Unite si erano unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che avevano definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. 

Il 23 gennaio la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) dell’Aia ha ordinato al Myanmar di adottare misure di emergenza per fermare il genocidio dei Rohingya. Con una votazione unanime da parte di una giuria di 17 giudici, il tribunale ha confermato le disposizioni della Convenzione sul genocidio del 1948, affermando che il Myanmar “aveva causato danni irreparabili contro i diritti dei Rohingya”. Secondo lo statuto dell’ICJ, il tribunale ha il potere di ordinare l’attuazione di misure provvisorie quando “un pregiudizio irreparabile potrebbe essere causato a diritti che sono oggetto di procedimenti giudiziari”. Il tribunale ha riscontrato che la condizione di urgenza era stata soddisfatta nel caso dei Rohingya. Le misure provvisorie sono provvedimenti da adottare per prevenire ulteriori danni e rappresentano il primo passo nel procedimento legale. Il giudice che ha pronunciato la sentenza si è preoccupato di enfatizzare la necessità di mettere in atto misure provvisorie senza “pregiudicare” il caso.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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