Libia: l’incontro sulla “pista economica”, si teme una crisi nazionale

Pubblicato il 11 febbraio 2020 alle 12:51 in Africa Libia

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Il quotidiano libico al-Wasat ha riferito che i partecipanti all’incontro del 9 e 10 febbraio sulla pista economica in Libia hanno convenuto di creare tre commissioni. Nel frattempo, gli ultimi dati sull’economia libica mettono in guardia da una possibile crisi nazionale.

L’incontro del 9 e 10 febbraio si è tenuto al Cairo, in Egitto, ed ha visto la partecipazione di 21 rappresentanti di diversi ambienti economici libici, e, in particolare, del mondo bancario e finanziario. In rappresentanza delle Nazioni Unite vi era, poi, Stephanie T. Williams, la vice inviata speciale dell’Onu per gli affari politici in Libia. L’obiettivo cardine è stato esaminare alcune questioni di tipo economico e finanziario, tra cui le problematiche scaturite dalla sospensione delle attività petrolifere e il meccanismo di ridistribuzione dei profitti derivanti da queste, oltre che della gestione delle risorse statali.

L’incontro è stato caratterizzato da un grado elevato di riservatezza. Tuttavia, fonti del quotidiano libico al Wasat hanno rivelato che, tra i punti stabiliti dai diversi partecipanti, vi è la costituzione di tre commissioni, volte all’analisi e all’eventuale risoluzione di aspetti economici del Paese. Nello specifico, una avrà l’obiettivo di presentare riforme per il settore bancario e il settore privato, un’altra si occuperà delle modalità idonee a distribuire in modo equo le ricchezze del Paese, relative soprattutto al settore petrolifero, mentre la terza sarà adibita a delineare le operazioni di ricostruzione. Secondo le fonti, i comitati inizieranno a lavorare entro due settimane a partire dal 10 febbraio.

Un meeting di tipo economico è stato reso necessario soprattutto alla luce della chiusura di alcuni porti petroliferi libici. Nello specifico, il 18 gennaio scorso, gruppi affiliati al generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, hanno bloccato la produzione e le esportazioni dei giacimenti di al-Sharara e al-Feel, situati nei pressi della città costiera di al-Zawiya. Ciò ha causato gravi perdite a livello economico, dal valore di circa un miliardo di dollari.

In tale quadro, il 10 febbraio, la National Oil Corporation (NOC), ovvero la compagnia petrolifera statale della Libia, ha affermato che la raffineria di al-Zawiya, ad essa affiliata, è stata costretta ad interrompere le proprie operazioni, già dall’8 febbraio, a causa della chiusura di una valvola nella regione di Hamada, appartenente al principale oleodotto che collega il giacimento di al-Sharara con la raffineria di al- Zawiya. Ciò è stato dettato dalla mancanza di forniture di greggio dai giacimenti petroliferi e del suo esaurimento nei serbatoi. A detta della NOC, la chiusura della raffineria potrebbe peggiorare ulteriormente le problematiche attualmente esistenti relative alla gestione, all’importazione e alla distribuzione di petrolio, causando, di conseguenza, perdite consistenti alle casse libiche, in quanto il Paese potrebbe essere costretto ad importare risorse petrolifere aggiuntive. 

Il presidente della NOC, Mustafa Sanalla, ha dichiarato che si tratta di un blocco “illegale”, che rappresenta una sfida senza precedenti per la propria compagnia, impegnata a rifornire le strutture essenziali libiche e l’intera popolazione, e che l’ingerenza politica nel settore petrolifero e del gas porterà a conseguenze nel medio e nel lungo termine devastanti per il Paese e per il popolo libici. Per Sanalla, inoltre, tale situazione sta portando la Libia verso una vera e propria crisi nazionale. Pertanto, è stata richiesta un’azione immediata che ponga fine a tale blocco “irresponsabile”. 

Il petrolio, è stato riferito, rappresenta la principale fonte di reddito per il Paese ed è più che mai necessario “neutralizzare” tale bene dai conflitti e dalle tensioni a livello politico. Secondo i dati della NOC, le perdite di petrolio, nelle ultime settimane, hanno superato il miliardo di dollari, mentre la produzione di greggio è diminuita a 181.576 barili al giorno, rispetto a 1.2 milioni di barili al giorno prima del 18 gennaio. La sola raffineria di al-Zawiya produce ogni mese circa 120.000 tonnellate di gasolio, 49.000 tonnellate di benzina, 120.000 tonnellate di olio combustibile, 6000 tonnellate di gas di petrolio liquefatto e 90.000 tonnellate di carburante per aerei. Una sua chiusura, dunque, potrebbe ulteriormente peggiorare il quadro economico libico.

La Banca centrale, in comunicato relativo alle entrate e alle uscite del mese di gennaio 2020 e riportato da al-Wasat l’11 febbraio, ha dichiarato che le perdite dirette derivanti dalla chiusura dei porti petroliferi e dall’interruzione della produzione di giacimenti è pari a oltre 2.5 miliardi di dinari ed ha messo in guardia da un eventuale proseguimento di tale situazione, che potrebbe minare ulteriormente le condizioni finanziarie, economiche e politiche della Libia. Inoltre, è stato aggiunto che i ricavi derivanti dal petrolio e le vendite di carburante, nell’ultimo mese, sono stati pari a zero. In tale quadro, la Banca centrale ha altresì riferito che la spesa pubblica totale del mese di gennaio ha raggiunto i 100 milioni di dinari, le spese di supporto sono state pari a 95 milioni di dinari, mentre le spese operative hanno raggiunto quota 5 milioni di dinari. A detta della Banca, tra gli aspetti negativi che minacciano l’economia nazionale libica, vi è il blocco di “un’importante misura sovrana”, ovvero le disposizioni finanziarie per l’anno 2020, tuttora rimaste inattuate, nonostante le ripetute richieste della Banca da settembre 2019.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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