Crisi in El Salvador, Bukele: “Non sono un dittatore”

Pubblicato il 11 febbraio 2020 alle 7:53 in America Latina America centrale e Caraibi

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Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, critica il resto dei poteri dello Stato sui social network quasi ogni giorno da quando è entrato in carica lo scorso giugno, ma domenica 9 febbraio ha preso provvedimenti. Mostrando il suo volto più autoritario, ha fatto irruzione nell’Assemblea accompagnato da un gruppo di soldati. Bukele, che non ha un solo deputato del suo partito, si è seduto sullo scranno del presidente di un congresso semivuoto e ha ordinato l’inizio della sessione, protetto, ha detto, da un diritto divino. Più tardi, in piazza, davanti a migliaia di seguaci, 50.000 secondo il presidente e 5.000 secondo la stampa indipendente, ha fatto appello a una “insurrezione” e lanciava un ultimatum di una settimana ai deputati per approvare un prestito di 109 milioni di dollari, chiave per finanziare la strategia di sicurezza in una delle nazioni più violente al mondo.

Nel febbraio 2019, Bukele ha ottenuto una vittoria schiacciante alle presidenziali, ponendo fine al bipartitismo tra la destra dell’Arena al potere dalla fine della guerra civile al 2009, e il Fronte Farabundo Martì di Liberazione Nazionale, erede della guerriglia, che aveva governato il paese negli ultimi otto anni. Da allora il trentottenne governa contro un’assemblea controllata dall’opposizione, una situazione che può cambiare nelle elezioni del 2021 in cui i sondaggi prevedono una vittoria schiacciante dei suoi sostenitori. Durante un’intervista telefonica con il quotidiano El País, Bukele ha ribadito l’ultimatum di una settimana di margine alla banca dell’opposizione per approvare il prestito e insiste sul fatto che ha tutto il supporto popolare per assumere il controllo di tutto.

Nell’intervista il presidente salvadoregno ha insistito sul fatto che egli è un fattore di moderazione rispetto a quei settori della popolazione che gli “chiedono di andare oltre”.

Per comprendere la situazione, afferma Bukele, “dobbiamo tener conto della situazione della violenza in El Salvador, qualcosa che in Europa sarebbe impensabile. L’anno scorso abbiamo avuto 50 omicidi ogni 100.000 abitanti e che siamo riusciti a ridurli a metà nei sei mesi in cui eravamo al governo, altrimenti la situazione sarebbe disperata. Sotto il governo precedente c’erano 130 omicidi per 100.000 abitanti e le persone sono disperate. Non parlo per me, ho sicurezza privata, ma per il 90% della popolazione”.

Bukele ribadisce il diritto costituzionale del governo a convocare il parlamento in situazioni straordinarie: “Quello che succede qui è che El Salvador non è un Paese comunista, né capitalista né socialista. È un paese ostaggio, dominato da un gruppo di persone che si spartiscono il Paese sin dall’indipendenza. E questo gruppo domina la stampa, i media, le camere di commercio, le istituzioni… sono proprietà legittime, ma sono anche quelle che affermano che la Costituzione è male interpretata”.

Il capo dello stato sminuisce il ruolo dell’esercito nella crisi in corso, afferma che i soldati hanno si sono limitati a garantire l’incolumità del Presidente della Repubblica, e conclude: “non sono un dittatore, se lo fossi avrei preso il controllo del paese e assunto il potere già ieri sera”.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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