Algeria: confermate le condanne contro il fratello dell’ex presidente e due ex ufficiali di sicurezza

Pubblicato il 11 febbraio 2020 alle 11:01 in Africa Algeria

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Una corte di appello militare algerina ha confermato la condanna a 15 anni di prigione per due ex capi dell’intelligence e per il fratello dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika. L’accusa riguarda “cospirazione contro l’esercito e l’autorità dello Stato”.

I tre uomini, Mohamed Mediene, Athmane Tartag e Said Bouteflika, che si trovano in detenzione da maggio, sono stati arrestati poche settimane dopo l’esplosione di violente proteste di massa. Le manifestazioni, diffuse in diverse parti del Paese, erano volte a chiedere la caduta del vecchio regime e l’avvio di procedimenti giudiziari per tutti quelli coinvolti in casi di corruzione. Ad ora, sono stati arrestati con accuse di questo tipo altri due premier, diversi ministri e figure di spicco del settore imprenditoriale.

Già nella sentenza del 24 settembre, Said e gli altri due coimputati avevano ricevuto una pena a 15 anni di carcere da parte del tribunale militare di Blida, a Sud di Algeri. Tuttavia, tra gli accusati figurava anche Louisa Hanoune, leader del Partito dei lavoratori algerini, anche lei condannata in tale occasione a 15 anni. Nella sentenza d’appello di lunedì 10 febbraio, invece, la pena per la Hanoune è stata notevolmente ridotta, venendo fissata a 9 mesi.

Il fratello dell’ex leader algerino è stato a lungo considerato il reale detentore del potere presidenziale, soprattutto dopo il grave crollo delle condizioni di salute di Abdelaziz, nel 2013. Said era stato arrestato insieme ai due ex ufficiali dei servizi segreti e alla leader della sinistra algerina a seguito di un incontro in cui i 4 avrebbero discusso dell’imposizione di uno stato di emergenza nel Paese e del licenziamento del capo dell’esercito Ahmed Gaid Salah. Tuttavia, secondo quanto argomentato dalla presidente del Partito dei Lavoratori, la riunione era stata programmata con il fine di risolvere lo stallo politico dell’Algeria.

Abdelaziz Bouteflika è stato estromesso dal potere il 2 aprile 2019 dopo circa 6 settimane di proteste. Da quel momento, l’assenza di un leader democraticamente eletto ha lasciato il Paese in un limbo costituzionale. Anche in seguito alla caduta dell’ex capo di Stato, le proteste sono continuate e i manifestanti si sono riuniti regolarmente nelle piazze per contestare la presa di potere da parte delle forze armate, capeggiate da Salah. Alle elezioni presidenziali del 12 dicembre scorso, Abdelmadjid Tebboune è stato eletto nuovo leader del Paese.

Nei suoi primi commenti pubblici dopo la vittoria, Tebboune ha affermato che “tenderà una mano” al movimento di protesta “per un dialogo, per costruire una nuova Algeria”. Inoltre, nel suo discorso del 19 dicembre, Tebboune si è impegnato a porsi a servizio del Paese per i prossimi cinque anni, e ha dichiarato di voler attuare un vero cambiamento politico nel minor tempo possibile.  Per il capo di Stato neoeletto, un emendamento costituzionale rappresenterà un tassello fondamentale di una nuova repubblica. Con tale modifica, verranno stabiliti dei termini temporali precisi per il mandato di ciascun presidente, sebbene rinnovabili, oltre a definire dei criteri precisi per i futuri candidati. Inoltre, verranno ridimensionati i poteri del capo di Stato e si preserverà la repubblica da decisioni e regole individuali. Il fine ultimo, ha sottolineato Tebboune, è la separazione dei poteri.

Tuttavia, oltre ad essere state considerate una “farsa”, le ultime elezioni rappresentano, per gli algerini, un tentativo di imporre un sistema ed un potere simile al precedente. Si pensa altresì che ciò potrebbe portare nuovamente a fenomeni di favoritismo in campo politico, vista l’assenza di garanzie convincenti, e all’ascesa di personalità legate ancora all’ex presidente. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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