Studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato al Cairo: ONG denunciano “pericolo di tortura”

Pubblicato il 10 febbraio 2020 alle 11:18 in Egitto Italia

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Il 27enne Patrick George Zaky, ricercatore egiziano presso l’Università di Bologna, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo e posto in custodia cautelare per 15 giorni. Secondo l’allarme lanciato dalla ONG Amnesty International, esiste il timore fondato che il ragazzo sia stato torturato con l’elettrochoc.

Il Ministero dell’Interno egiziano ha specificato che il ricercatore non è un cittadino italiano, come inizialmente circolato sui social, ma uno studente egiziano selezionato nell’ambito di un master europeo tenuto dalle Università di diversi Paesi. Il ministro dell’Università e della ricerca scientifica italiano, Gaetano Manfredi, ha riferito che, insieme al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, “le autorità stanno lavorando, tramite canali diplomatici, per reperire informazioni certe e trasparenti e verificare la situazione in maniera accurata, nel rispetto dei diritti della persona”. Nel frattempo, il capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Affari Esteri della Camera, Lia Quartapelle, ha reso noto di aver presentato un’interrogazione “per sapere quali informazioni ha il ministro Di Maio sulla vicenda e come intende fare pressione sul governo egiziano affinché liberi Patrick George Zaky, per scongiurare quanto invece accaduto a Giulio Regeni”.

Il ragazzo, iscritto a un master sugli Studi di genere e sulle donne e collaboratore presso una ONG egiziana per la difesa dei diritti umani, in particolare delle persone Lgbt, si trovava in Egitto per fare visita alla sua famiglia. Il mandato di cattura nei suoi confronti è in vigore dal 2019, ma Zaky non ne era mai stato messo al corrente. I capi d’accusa contro di lui vanno dalla diffusione di notizie false, all’incitamento alla violenza; dal tentativo di rovesciare il regime, all’uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale; dalla propaganda per i gruppi terroristici, all’uso della violenza.

Per 24 ore dal suo atterraggio all’aeroporto del Cairo, venerdì 7 febbraio, il ragazzo è risultato scomparso e nemmeno la sua famiglia è stata informata dell’arresto. Al momento si troverebbe nel carcere di Al Mansoura. Secondo quanto dichiarato da Amnesty International, che ha prontamente inviato una lettera all’ambasciatore egiziano a Roma, il rischio che Zaky possa subire torture è decisamente elevato. “La sensazione è che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaky e la storia dell’Egitto sotto Al Sisi”, scrive la ONG sul suo sito italiano. “Come in altri casi, il rischio è che i reati imputati a Zaky si riferiscano in realtà a legittime attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica: alibi per legittimare una procedura del tutto illegale”, aggiunge. Intervistato dall’agenzia di stampa ANSA, Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, ha dichiarato: “Ci aspettiamo un susseguirsi di ordini di detenzione di 15 giorni, rinnovabili più volte, e naturalmente in questa situazione di detenzione prolungata, con la scusa di condurre indagini, il rischio è che le condizioni detentive siano equiparabili a tortura, se non la tortura stessa”. La ONG Iniziativa Egiziana per i diritti personali (EIPR), di cui il ricercatore fa parte, ha riferito che il ragazzo sarebbe già stato picchiato e torturato con l’elettrochoc dalle forze di sicurezza egiziane. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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