Israele: raid contro Gaza, continuano le minacce mentre Abbas va a New York

Pubblicato il 10 febbraio 2020 alle 10:07 in Israele Palestina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’esercito israeliano ha colpito, nelle prime ore del 10 febbraio, il porto di Khan Yunis, una città palestinese con annesso campo profughi, situata nel Sud della striscia di Gaza. Parallelamente, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, si è recato a New York per presentare la sua condanna contro il piano presentato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Secondo quanto riferito, le forze aeree israeliane hanno lanciato 4 missili contro Khan Yunis, appena dopo la mezzanotte. A tale attacco aereo si è aggiunta un’ulteriore offensiva contro una base di Hamas, posta nel centro di Gaza, a Deir el Balah, dove è stato soltanto uno il missile lanciato da Israele, mentre, a detta delle forze di Difesa israeliane, altri attacchi hanno interessato diversi obiettivi appartenenti ad Hamas nel Sud di Gaza, tra cui un campo di addestramento ed un edificio militare. Tali operazioni giungono dopo che le forze israeliane hanno intercettato, nella giornata del 9 febbraio, un missile proveniente da Gaza. Questo ha colpito un campo aperto, senza provocare né vittime né danni. Hamas è stato ritenuto il responsabile.

Gli ultimi episodi giungono dopo che il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha minacciato di lanciare una massiccia operazione militare contro l’assediata Striscia di Gaza, prima delle elezioni della Knesset, previste per il mese di marzo. Le parole sono giunte il 9 febbraio, all’apertura dell’incontro settimanale del governo, svoltosi a Gerusalemme, in cui il premier ha ribadito che Israele non accetterà alcuna forma di aggressione da Gaza, ed ha ricordato come, alcune settimane prima, le forze israeliane siano riuscite ad uccidere un comandante del Jihad Islamico a Gaza. Pertanto, Israele, secondo quanto riferito da Netanyahu, è pronto a continuare con le proprie azioni contro i gruppi terroristici dell’area.

Dichiarazioni simili sono giunte altresì dal ministro della Difesa, Naftali Bennett, il quale ha affermato che Israele intraprenderà delle azioni “letali” contri i leader di Hamas a Gaza se questi non porranno fine al proprio comportamento “irresponsabile”. In tal caso, ha riferito Bennett, si tratterà di azioni diverse dalle precedenti, in cui nessuno potrà dirsi immune. Hamas avrà, pertanto, due opzioni, la vita e quindi la prosperità economica o il terrore, per cui pagherà un prezzo elevato. Ciò sarà determinato dalle azioni che Hamas stesso condurrà, ha affermato il ministro.

Le parole di Netanyahu e Bennet si inseriscono in un clima di tensioni, caratterizzato da attacchi e contrattacchi, perlopiù missilistici, sulla Striscia di Gaza. Precedentemente, tra il 5 ed il 6 febbraio, un gruppo di soldati israeliani è stato travolto da un’auto a Gerusalemme, causando il ferimento di 14 di essi. Parallelamente, un palestinese è stato ucciso in Cisgiordania, a seguito di scontri con le forze israeliane. Tali tensioni sono nate dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivelato, il 28 gennaio scorso, il cosiddetto Piano di Pace, volto a riportare la pace in Medio Oriente e a risolvere il conflitto arabo-israeliano.

In tale quadro, il 10 febbraio, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, si è recato a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, per presentare, il giorno successivo, l’11 febbraio, un documento elaborato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), in cui si parla di “300 violazioni” del diritto internazionale presenti nel piano di Trump per il Medio Oriente, contro cui verrà altresì presentato un progetto di risoluzione. Tra le violazioni segnalate ve ne è una relativa Gerusalemme, dove, a detta dei palestinesi, “Israele non ha alcun diritto sovrano” e la comunità internazionale non ha riconosciuto i suoi diritti in materia di annessione, insediamento, sicurezza, rifugiati e prigionieri.

La proposta di condanna era già giunta il 5 febbraio, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il tentativo è stato puramente simbolico, poichè gli Stati Uniti hanno potere di veto in seno al Consiglio, ma la risoluzione potrebbe passare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove, invece, è possibile che venga approvata. In tale occasione, Abbas aveva affermato di essere di fronte ad “un’offensiva diplomatica”, mirata a “liquidare la causa palestinese” e che il piano fallirà “come tutti gli altri complotti contro la causa palestinese”.

La proposta presentata al Consiglio di Sicurezza afferma che il piano degli Stati Uniti “viola il diritto internazionale e i termini di riferimento approvati a livello internazionale per il raggiungimento di una soluzione giusta, completa e duratura al conflitto israelo-palestinese, come sancito dalle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite”. Il Piano proposto dall’amministrazione statunitense, secondo tale risoluzione, “mina i diritti inalienabili e le aspirazioni nazionali del popolo palestinese, compresa l’autodeterminazione e l’indipendenza”.

Il progetto proposto da Trump, delineato in 181 pagine, se effettivamente attuato, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Inoltre, è previsto lo stanziamento di 50 miliardi di dollari in investimenti internazionali, volti a costruire una nuova entità para-statale palestinese, con una propria capitale, Al-Quds, che includerebbe alcune delle aree esterne di Gerusalemme Est. Tale para-Stato non avrebbe un esercito permanente e sarebbe tenuto a soddisfare una serie di parametri relativi alla sicurezza, periodicamente controllati da Israele.

Un altro punto prevede la ridefinizione dei confini di Israele, interessando altresì i territori della Cisgiordania, mentre nelle aree rimanenti si costituirebbe un cosiddetto “State-minus”, ovvero un’altra entità priva di esercito e di sovranità. Per la Casa Bianca si tratterebbe di uno “Stato palestinese smilitarizzato”, all’interno del quale vi saranno anche punti accessibili ai soli israeliani e che rappresenterebbero, di fatto, i loro insediamenti e le vie d’accesso. Non da ultimo, si richiede lo scioglimento dei gruppi militanti, come Hamas, e la rinuncia alla violenza.

I palestinesi, dal canto loro, cercano una soluzione politica al conflitto in Medio Oriente e reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967. L’obiettivo finale è creare uno Stato indipendente, con Gerusalemme Est come capitale. Israele, da parte sua, riconosce l’intera città come capitale ufficiale del Paese. Nel 1993, con gli Accordi di Oslo, è stata altresì stabilita una soluzione a due Stati, secondo cui potrebbero essere creati due Paesi in grado di coesistere uno di fianco all’altro, ovvero Israele da una parte e la Palestina dall’altra, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due. 

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.