Algeria: attentato in una caserma militare, muore 1 soldato e l’Isis rivendica

Pubblicato il 10 febbraio 2020 alle 9:29 in Africa Algeria

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Un attentatore suicida a bordo di un’autobomba ha attaccato una caserma militare nel Sud dell’Algeria, domenica 9 febbraio, uccidendo un soldato. Una dichiarazione rilasciata dal Ministero della Difesa specifica che l’attacco è avvenuto nella regione di Bordji Baji Mokhtar, al confine con il Mali. L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico, il quale ha scritto in una dichiarazione: “Il nostro fratello martire Omar al-Ansari è entrato nella base e ha fatto esplodere il suo veicolo”. Erano molti anni che l’Algeria non veniva colpita da un attacco di questo tipo. “Il soldato di guardia, incaricato di controllare l’ingresso, è riuscito a impedire l’entrata del veicolo sospetto nella caserma; tuttavia, l’attentatore suicida ha fatto esplodere il veicolo sul quale viaggiava, causando la morte del nostro soldato”, si legge invece nella nota rilasciata dal Ministero algerino.

Il vicecapo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale Said Chanegriha, ha offerto le sue condoglianze alla famiglia del soldato “martire” e ha elogiato “la grande capacità di sorveglianza mostrata dall’unità, che è riuscita a impedire il successo di un tentativo disperato di attenzione mediatica”. Il generale ha altresì sottolineato la determinazione della Polizia nazionale algerina (ANP), molto efficiente nello sradicare il flagello del terrorismo e nel rintracciare i criminali di tutto il Paese per preservare la sicurezza e la stabilità dello Stato”.  

L’attacco di domenica è avvenuto in un momento in cui l’Algeria sta cercando di assumere un ruolo di spicco negli sforzi per risolvere i conflitti regionali esplosi negli Stati vicini, come la Libia e il Mali. Entrambi questi scenari di tensione si diffondono lungo le frontiere tra i Paesi, scatenando nell’Algeria il timore che la violenza possa oltrepassare i porosi confini delle aree desertiche.

In Mali, sono aumentati i combattimenti tra le forze internazionali guidate dalla Francia e i gruppi ribelli, la maggior parte dei quali di matrice islamista. Il conflitto si è già riversato oltre i confini del Niger e del Burkina Faso. Preoccupata da tempo dal rischio di instabilità proprio ai suoi confini meridionali, l’Algeria aveva già cercato, tra il 2014 e il 2015, di fare da mediatore nei negoziati tra il governo e i ribelli. Tuttavia, negli ultimi mesi, la violenza nel Sahel è esplosa fino a diventare ingestibile per le forze di sicurezza locali. I gruppi armati attivi nella regione sono molteplici e le loro numerose offensive contribuiscono a diffondere un senso generale di insicurezza. A gennaio, l’inviato delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale, Mohamed Ibn Chambas, ha riferito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che gli attacchi terroristici sono aumentati di 5 volte rispetto al 2016 in Burkina Faso, Mali e Niger, portando a un totale di più di 4.000 morti nel 2019. Gli attentati, secondo quanto testimoniato dal rappresentante delle Nazioni Unite, sono spesso legati al crimine organizzato e alla violenza tra gruppi etnici rivali. Un rapporto del Consiglio di Sicurezza dello scorso luglio ha annoverato, tra gli sviluppi internazionali più sorprendenti, registrati nei primi mesi del 2019, “la crescente ambizione dei gruppi terroristici presenti nel Sahel e nell’Africa Occidentale”. Qui, combattenti legati all’Isis e ad Al Qaeda sfruttano la situazione di sottosviluppo di diversi Paesi africani per reclutare combattenti e indebolire il potere centrale.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale. Il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. Tra i partecipanti, anche Haftar e al-Sarraj, i quali, tuttavia non si sono seduti al tavolo delle discussioni ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare. Nonostante i colloqui intrapresi, gli scontri alla periferia di Tripoli continuano a non arrestarsi.

Per quanto riguarda il terrorismo in Algeria, uno degli ultimi attentati con più risonanza si è verificato il 31 agosto 2017 a Tiaret, nel Sud-Ovest del Paese, dove un kamikaze si è fatto saltare in aria, uccidendo 2 poliziotti. Il gruppo dello Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco. Da allora, sono stati registrati solo alcuni scontri occasionali tra l’esercito algerino e i terroristi affiliati al gruppo di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) nelle aree montuose del Paese.

Uno degli episodi più gravi risale al 16 gennaio 2013, quando l’impianto di gas di Tiguentourine, nel Sahara algerino, è stato attaccato da un gruppo di terroristi islamisti. Alla fine dell’assedio, cinque giorni dopo, 29 dei 32 aggressori e almeno 37 dei lavoratori stranieri della fabbrica sono rimasti uccisi. Numerosi governi occidentali avevano definito tale attacco “un’operazione di Al Qaeda” che avrebbe segnato una nuova fase del terrorismo in Africa.

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Chiara Gentili

di Redazione

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