NATO in Afghanistan: “Ridurre la presenza se gli USA si ritirano”

Pubblicato il 9 febbraio 2020 alle 6:36 in Afghanistan USA e Canada

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Alcuni membri dell’Alleanza Atlantica (NATO) ritireranno migliaia di loro uomini dall’Afghanistan una volta che gli Stati Uniti avranno ufficialmente cominciato a ridurre la loro presenza nel Paese. É quanto hanno riferito alcuni funzionari europei e americani, riporta il quotidiano The New York Times. La decisione dell’amministrazione Trump di ridurre le proprie forze da circa 12.000 soldati ad almeno 8.500, annunciata a metà dicembre, ha innescato un ampio dibattito all’interno dell’Alleanza, così come in altre nazioni, che contribuiscono a formare il contingente internazionale impiegato in Afghanistan. Mentre alcuni Paesi stanno pensando di ridurre le proprie forze, altri, incluse l’Italia e la Germania, credono che i loro uomini potranno rimanere se saranno garantite certe condizioni.

La NATO ha più volte ribadito che i suoi sforzi sono inesorabilmente legati a quelli degli Stati Uniti, spesso sotto il mantra “insieme dentro, insieme fuori”. Così, mentre i negoziatori americani cercano di finalizzare un nuovo accordo di pace con i talebani, alcuni Stati dell’Alleanza considerano il futuro della NATO in Afghanistan abbastanza debole. Il governo afgano vuole un cessate il fuoco ma i talebani non fermano le loro offensive. Nelle ultime rivelazioni, alcuni funzionari statunitensi hanno riferito che gli USA potrebbero decidere di ritirare alcune truppe anche senza un effettivo accordo. Lo stesso presidente Donald Trump, il 4 febbraio, aveva affermato che tagli dell’esercito in Afghanistan erano molto probabili. “Stiamo lavorando per mettere fine a questa guerra e portare i nostri uomini a casa”. La dichiarazione è emersa durante il discorso sullo stato dell’Unione del presidente americano, durante il quale, tra le altre cose, Trump ha ringraziato la moglie di un soldato statunitense in Afghanistan, presente tra il pubblico, facendole la sorpresa di farle incontrare il marito, il sergente First Class Townsend Williams, in congedo per l’evento.

Alcuni funzionari alleati sostengono che la NATO possa ridurre la sua presenza in Afghanistan, che attualmente conta circa 8700 uomini, solo a patto che gli Stati Uniti non riducano le loro forze di supporto, incluse truppe di manutenzione, aerei da trasporto e squadre di evacuazione medica. Gli americani hanno chiesto alla NATO di mantenere i suoi attuali livelli di forza per portare avanti il cuore della missione di addestramento.

“Penso che sia piuttosto presuntuoso da parte degli Stati Uniti ritirarsi e aspettare che i Paesi europei mantengano i loro livelli attuali”, ha dichiarato Rachel Rizzo, membro aggiunto del Programma di sicurezza transatlantica presso il Center for a New American Security. “La NATO non sarebbe in Afghanistan se non fosse per gli Stati Uniti”, ha aggiunto. Ma i funzionari del Pentagono respingono questa concezione e sostengono che gli Stati Uniti non abbiano chiesto alla NATO di gestire l’addestramento delle forze afgane. Ciononostante, resta il fatto che se l’esercito americano ritirerà le sue forze dall’Afghanistan, la missione di addestramento, per definizione, rimarrà all’Alleanza, a meno che questa non lasci il Paese.

“Gli Stati Uniti non hanno chiesto alla NATO di occuparsi della missione di addestramento qualora decidessero di ridurre la presenza delle forze statunitensi”, ha dichiarato il tenente colonnello Thomas Campbell, portavoce del Pentagono. “Sia la NATO che gli Stati Uniti continuano a impegnarsi per l’obiettivo comune di garantire che l’Afghanistan non diventi mai più un rifugio sicuro per i terroristi che minacciano gli USA e i loro alleati”, ha aggiunto.

Alcuni funzionari europei ritengono che la continua presenza internazionale in Afghanistan abbia contribuito a frenare il flusso di migranti e rifugiati fuori dal Paese. Ma mentre la guerra si protrae, in molti affermano che l’Alleanza dovrebbe ridurre il suo impegno laggiù.

La missione NATO in Afghanistan, nota con il nome di Resolute Support, si è concentrata quasi interamente sull’addestramento delle forze armate afgane, lasciando la gestione degli attacchi aerei e delle operazioni offensive alla missione antiterroristica americana, nota come Sentinella della libertà. I ministri della Difesa della NATO discuteranno dell’Afghanistan e della missione Resolute Support in una riunione a Bruxelles, la prossima settimana.

Le violenze diffuse stanno riportando riflettori sulla missione più lunga degli Stati Uniti all’estero, quella in Afghanistan, una guerra che vede la partecipazione degli USA da ben 19 anni. A seguito della fine dell’invasione dell’Unione Sovietica in Afghanistan, dal 1979 al 1989, i talebani avevano guadagnato il controllo di gran parte del Paese, nel 1996. Tuttavia, il territorio montuoso afghano era diventato un paradiso per la crescita e l’organizzazione del terrorismo islamico. Dopo essere stati decimati da un intervento degli Stati Uniti, nel 2001, e da uno della NATO, nell’agosto 2003, i talebani hanno mantenuto alcune roccaforti, dalle quali tentano di riprendere il controllo del governo centrale. 

Il più recente round di negoziati tra gli Stati Uniti e i talebani a Doha era iniziato il 7 dicembre 2019 e mirava a negoziare un ritiro delle forze armate USA, in cambio della fine degli assalti e di una serie di assicurazioni da parte dei militanti islamisti. Nonostante i rappresentanti USA e i media afghani riferissero di progressi diplomatici consistenti, le violenze nel Paese continuavano ad essere all’ordine del giorno. Infine, i colloqui sono stati sospesi a seguito dell’attacco dell’11 dicembre 2019 contro una struttura medica, nei pressi della base militare degli Stati Uniti a Bagram. Due civili sono morti ed altri 73 sono stati feriti nell’assalto. Inoltre, il 23 dicembre 2019, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva comunicato una nuova vittima delle forze speciali statunitensi, uccisa in Afghanistan

A partire dal 20 gennaio 2020, è iniziato un altro round di colloqui tra il rappresentante speciale USA in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, e il capo negoziatore dei talebani, il Mullah Abdul Ghani Baradar. Tuttavia, il 24 gennaio, i talebani hanno espresso frustrazione per quelle che hanno descritto come ulteriori richieste statunitensi nei colloqui di pace, anche dopo che il gruppo aveva offerto una “riduzione della violenza”. Non hanno, tuttavia, specificato quali fossero le nuove richieste di Washington.

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Chiara Gentili

di Redazione

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