Human Rights Watch denuncia repressione della libertà di parola in Marocco

Pubblicato il 9 febbraio 2020 alle 6:47 in Africa Marocco

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L’organizzazione umanitaria Human Rights Watch ha invitato le autorità marocchine a rilasciare immediatamente gli attivisti, gli artisti e gli altri cittadini arrestati per commenti online ritenuti offensivi nei confronti dello Stato. “Il Marocco ha processato e incarcerato, da settembre 2019, almeno 10 marocchini accusati di nient’altro se non di aver espresso pacificamente la loro opinione critica via Facebook, Youtube o tramite canzoni”, ha dichiarato la ONG, aggiungendo: “Le autorità devono immediatamente rilasciare coloro che sono detenuti per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione”. Le accuse rivolte a questi cittadini comprendono “mancanza di rispetto per il re”, “diffamazione delle istituzioni statali” e “offesa ai pubblici officiali”. I marocchini in questione sono stati tutti condannati in base alle norme del Codice penale anziché del Codice della stampa e delle pubblicazioni, secondo quanto sottolineato da Human Rights Watch. Il secondo, infatti, del 2016, non punisce i reati di parola con pene detentive. Tuttavia, HRW sostiene che le autorità marocchine usino il codice penale per imporre pene detentive ai cittadini anche per una serie di offese che riguardano l’esercizio della libertà di parola.

“Un numero crescente di marocchini si rivolge ai social media per esprimere audaci opinioni politiche, incluse quelle sul re, come è loro diritto”, ha dichiarato il direttore delle comunicazioni per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch, Ahmed Benchemsi. “Con l’erosione della autocensura, le autorità stanno intervenendo per cercare freneticamente di ripristinare le linee rosse”, ha aggiunto.

Il Marocco ha ratificato la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) nel 1979. L’alleanza protegge, ai sensi del diritto internazionale, coloro che esprimono critiche non violente nei confronti dei funzionari e delle politiche statali. Tuttavia, alcuni esponenti politici, come il portavoce del governo Hassan Abyaba, sostengono che “esiste una differenza tra libertà di espressione e opinione e commettere un crimine sanzionato dalla legge”.

“Un Paese che prende sul serio i trattati internazionali sui diritti umani da lui firmati dovrebbe abolire le leggi che imbavagliano la libertà di parola o almeno smettere di applicarle”, ha sostenuto il Segretario generale dell’Associazione marocchina per i diritti umani, Youssef Raissouni. Questa organizzazione, insieme a Human Rights Watch, ha pubblicato tutto l’elenco dei cittadini marocchini incarcerati per commenti critici verso le autorità marocchine. Tra questi ci sono studenti, artisti, giornalisti e normali fruitori dei social media.

Il Marocco ha a lungo goduto della reputazione di Paese tra i più progressisti del mondo arabo. Tuttavia, negli ultimi anni, molti cittadini hanno preso coscienza di quanto sia ancora ampio il divario tra le promesse di maggiore libertà e la vita reale, fatta di frequenti repressioni. Diversi episodi, verificatisi negli ultimi mesi, hanno diffuso un risentimento sempre maggiore nell’opinione pubblica e portato centinaia di marocchini a protestare per le strade delle città, da Rabat a Casablanca. L’ultima di queste manifestazioni va avanti da fine dicembre e invoca a gran voce il rilascio di un giornalista, Omar Radi, arrestato per aver pubblicato un tweet in cui prende posizione contro un giudice responsabile della carcerazione di decine di attivisti. La vicenda di Radi è iniziata diversi mesi fa, ad aprile, quando su Twitter aveva condannato il verdetto del magistrato in base al quale si condannavano a 20 anni di prigione molti dei maggiori manifestanti del movimento Hirak. Si tratta di un gruppo che, da ottobre 2016, porta avanti una serie di manifestazioni, più o meno pacifiche, nella regione settentrionale del Rif, chiedendo riforme economiche e sociali, opportunità di lavoro, infrastrutture migliori, ospedali e servizi sanitari più efficienti. La decisione del giudice, ritenuta sproporzionata rispetto all’entità del reato, ha attirato le critiche di numerose organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Dopo il tweet di aprile, Radi è stato immediatamente convocato dalla polizia per riferire sul gesto, in un interrogatorio durato diverse ore. Successivamente rilasciato, l’uomo non è stato più informato sull’esito delle indagini fino al 26 dicembre, quando il pubblico ministero ha deciso di condannarlo con l’accusa di “insulto a un dipendente pubblico”. La seconda udienza, inizialmente prevista per il 2 gennaio 2020, è stata recentemente rimandata al 5 marzo.

Il caso di Radi è emblematico perché fa da specchio a una tendenza generale molto più ampia, radicata nel sistema marocchino, quella di una frequente repressione del dissenso e della libertà di stampa. Un altro marocchino, lo youtuber Mohamed Sekkaki, altresì noto come “Moul Kaskita”, è stato condannato a 4 anni di prigione da un tribunale della città di Settat per aver “insultato il re”. Sekkaki, i cui video superano le 100.000 visualizzazioni, era stato arrestato a inizio dicembre dopo aver pubblicato un filmato in cui definiva i marocchini “scimmie” e criticava il re Mohammed VI, considerato “inviolabile” dalla Costituzione. Pochi giorni prima della condanna contro Sekkaki, uno studente del liceo, accusato di aver pubblicato su Facebook una canzone controversa che denunciava l’ingiustizia in Marocco, aveva ricevuto un’altra pena, da molti giudicata scandalosa, a 3 anni di carcere. La canzone, “Aach al Chaab”,che in arabo significa “lunga vita al popolo”, è stata scritta dal famoso rapper marocchino Mohamed Mounir, noto come Gnawi, anch’egli già condannato a novembre a un anno di carcere per “insulti contro la polizia”. L’ONG Reporters Without Borders, che misura i livelli di libertà di stampa in diversi Paesi, posiziona il Marocco al 135esimo posto su 180, nella classifica mondiale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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