Ambasciatore USA in Israele: no all’annessione unilaterale della Cisgiordania

Pubblicato il 9 febbraio 2020 alle 17:05 in Israele USA e Canada

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L’ambasciatore degli Stati Uniti a Gerusalemme, David Friedman, ha dichiarato che un’annessione unilaterale della Cisgiordania da parte di Israele non sarebbe supportata da Washington. 

Tale dichiarazione è stata rilasciata il 9 febbraio, dopo che il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva affermato che Israele aveva iniziato a elaborare le mappe per l’annessione della Cisgiordania, l’8 febbraio. “Il Piano di Pace del Presidente Trump è il prodotto di oltre 3 anni di strette consultazioni tra il presidente, il premier Netanyahu e il rispettivo staff”, ha scritto Friedman su Twitter. “Israele è soggetto al completamento di un processo di mappatura da parte di un Comitato Congiunto israelo-americano. Qualsiasi azione unilaterale in anticipo rispetto al completamento delle procedure mette in pericolo il Piano e il riconoscimento statunitense”, ha continuato Friedman. Tale processo non sarà portato a termine prima delle elezioni israeliane del 2 marzo, ha poi aggiunto Friedman ai giornalisti, durante un’intervista a Gerusalemme. “Il riconoscimento statunitense è fondamentale e non vogliamo metterlo in pericolo”, ha quindi replicato Netanyahu, parlando con il suo governo, domenica 9 febbraio.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha svelato il tanto atteso Piano per la Pace in Medio Oriente, il 28 gennaio, in occasione di un incontro con Netanyahu, alla Casa Bianca. Tra le proposte, una Gerusalemme unificata sotto Israele e un para-Stato, con sovranità limitata, per i palestinesi. Durante il suo discorso di presentazione, Trump è stato affiancato solo da Netanyahu e nessuna personalità della leadership palestinese era presente all’incontro, non avendo partecipato in alcun modo alla stesura del piano. Da parte sua, l’Autorità Palestinese (AP) aveva già tagliato i legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense aveva annunciato il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre del 2017, e aveva trasferito la propria ambasciata nella città, il 14 maggio 2018. Gli Stati Uniti hanno anche azzerato il sostegno economico all’agenzia delle Nazioni Uniti che supporta i palestinesi, l’UNRWA, tagliando aiuti per centinaia di milioni di dollari. 

In risposta, l’Autorità Palestinese ha promosso una risoluzione presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per condannare il Piano, il 5 febbraio. Il tentativo è stato puramente simbolico, poichè gli Stati Uniti hanno potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza. Tuttavia, la risoluzione potrebbe passare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove, invece, è possibile che venga approvata. Muhammud Abbas, presidente dell’AP, ha affermato di essere di fronte ad “un’offensiva diplomatica”, mirata a “liquidare la causa palestinese”. Abbas ha poi dichiarato che il piano fallirà “come tutti gli altri complotti contro la causa palestinese”, aggiungendo che lo scopo della sua iniziativa era quello di raccogliere il sostegno arabo, islamico e internazionale contro il piano Trump. Il ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese, Riad Malki, ha affermato che il progetto di risoluzione chiede anche “la fine dell’occupazione israeliana e ribadisce la soluzione a due Stati”.

La proposta presentata al Consiglio di Sicurezza afferma che il piano degli Stati Uniti “viola il diritto internazionale e i termini di riferimento approvati a livello internazionale per il raggiungimento di una soluzione giusta, completa e duratura al conflitto israelo-palestinese, come sancito dalle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite”. Il Piano proposto dall’amministrazione statunitense, secondo tale risoluzione, “mina gli inalienabili diritti e aspirazioni nazionali del popolo palestinese, compresa l’autodeterminazione e l’indipendenza”e la risoluzione sottolinea il fatto che gli insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est “sono illegali e mettono in pericolo la fattibilità della soluzione a due Stati”, basata sulle risoluzioni delle Nazioni Unite risalenti al 1967, inclusa la risoluzione 2334, che, specificatamente condanna la costruzione di insediamenti israeliani dal 2016. In sede di approvazione di tale risoluzione, l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama non aveva posto il veto.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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