Trudeau in Africa: al centro candidatura del Canada a membro del Consiglio dell’ONU

Pubblicato il 8 febbraio 2020 alle 6:34 in Africa USA e Canada

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Il primo ministro canadese Justin Trudeau si trova nel mezzo di un tour in Africa che lo porterà a partecipare al summit annuale dell’Unione Africana in Etiopia, ad Addis Abeba. La visita, della durata di 8 giorni, è stata organizzata con l’obiettivo dichiarato di rafforzare le relazioni con i Paesi africani in vista del voto con il quale il Canada potrebbe aggiudicarsi un seggio non permanente in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche Irlanda e Norvegia sono in lizza per i due nuovi seggi che si apriranno a partire dal 2021-2022. Le votazioni, invece, si terranno il 17 giugno di quest’anno. “È una gara serrata. Stiamo affrontando una forte concorrenza. C’è molto lavoro da fare”, ha detto una fonte del governo canadese.

Trudeau ha incontrato oggi, sabato 8 febbraio, diversi leader africani in occasione del summit di Addis Abeba. Successivamente, si recherà in Senegal, dove ha in programma di incontrare il presidente Macky Sall. Anche in questo caso, obiettivo dell’incontro sarà la promozione della candidatura canadese all’Onu e la possibilità di un appoggio da parte dei Paesi francofoni del continente. L’Africa detiene 54 dei 193 voti dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma è sempre stata abbastanza marginale per gli interessi dei governi canadesi, almeno fino all’ascesa di Trudeau, nel 2015. Il mese scorso, il nuovo ministro degli Esteri canadese, Francois-Philippe Champagne, ha visitato il Marocco e il Mali, dove le forze di pace canadesi sono rimaste stazionate per circa un anno. In tale occasione, il ministro si era detto cautamente ottimista sulla possibilità di un supporto africano in sede ONU. Tuttavia, Ottawa spende molto meno del suo prodotto interno lordo in aiuti esteri rispetto alla Norvegia e all’Irlanda.

Durante la prima tappa del suo viaggio africano, Trudeau ha incontrato il presidente etiope Sahle-Work Zewde e il premier Abiy Ahmed. In questa parte del tour, il primo ministro sarà accompagnato dal ministro del Commercio internazionale, Mary Ng, e da un’ampia delegazione di imprenditori e investitori canadesi. Proprio qui, e successivamente in Senegal, Trudeau cercherà di promuovere le ragioni della candidatura di Ottawa, con l’intento di raggiungere un obiettivo che era stato mancato dal precedente governo Harper.

Il successo della campagna dipenderà anche dai rappresentanti delle lobby presso le Nazioni Unite, con i quali diversi funzionari e diplomatici hanno affermato che l’ambasciatore canadese, Marc-Andre Blanchard, stava lavorando efficacemente. Diverse fonti di Ottawa hanno riferito che il Canada sospettava fortemente di essere ostacolato dall’Arabia Saudita nella sua campagna contro la conquista del seggio. Nel 2018, Riad ha espulso l’ambasciatore canadese dopo che Ottawa ha insistito per favorire il rilascio di diverse attiviste per i diritti delle donne. Secondo quanto specificato dall’agenzia di stampa Reuters, né l’ufficio delle comunicazioni del governo di Riad né quello di Trudeau hanno risposto alle richieste di commento sulla posizione saudita.

Il primo ministro canadese parteciperà infine alla Conferenza Mondiale sulla sicurezza organizzata in Germania, a Monaco di Baviera, dal 14 al 16 febbraio, con l’obiettivo di incontrare i principali leader mondiali. Tra i maggiori temi di discussione ci saranno le nuove tensioni in Medio Oriente, la sfida lanciata dall’emergenza sanitaria provocata dal coronavirus in Cina e il terrorismo.

Nel 2015, Trudeau era il candidato del “cambiamento”, sostenuto dai canadesi che erano stanchi di quasi un decennio di governo conservatore. Tuttavia, nell’ultimo anno, il premier è stato sconvolto da una serie di scandali che hanno minacciato di ridurre la sua credibilità. Il risultato delle elezioni del 21 ottobre 2019 è soddisfacente, dati gli scandali e la difficile campagna elettorale degli ultimi mesi. Sia la campagna di Trudeau sia quella del suo contendente, Andrew Scheer, sono state macchiate da reciproche diffamazioni e accuse di populismo. Al centro della questione più scottante c’erano le pressioni fatte da Trudeau sull’allora procuratrice generale Jody Wilson-Raybould, che ricopriva il ruolo sia di ministro della Giustizia sia di rappresentante della pubblica accusa. Il premier avrebbe insistito affinché la Raybould favorisse in un processo la SNC-Lavalin, società del Quebec legata da vecchi rapporti di amicizia con il partito liberale di Trudeau. L’indagine avviata dal commissario per l’Etica dell’assemblea legislativa canadese, Mario Dion, aveva concluso, il 18 agosto, che il leader dei liberali aveva infranto la legge canadese sul conflitto d’interesse, cercando di influenzare la procuratrice “in molti modi, sia direttamente sia attraverso i propri collaboratori”, ma, nonostante ciò, non ci sarebbero state conseguenze, almeno fino alle prossime elezioni.

Da parte sua, Trudeau si era preso tutta la responsabilità di ciò che era successo sostenendo che quello che aveva fatto era stato utile a evitare la perdita del posto di lavoro di numerosi dipendenti della società, in caso questa avesse perso il processo. In ogni caso, in Canada la legge sul conflitto d’interessi prevede che sia il primo ministro a decidere quali provvedimenti prendere contro chi la infrange. Trudeau, quindi, avrebbe dovuto decidere contro sé stesso. Tale scandalo è arrivato insieme ad una serie di accuse di razzismo, esplose in seguito alla diffusione di una foto dove il primo ministro appare mascherato in occasione di una festa a tema “arabian nights”, nel 2001, con la faccia interamente dipinta di nero. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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