La Turchia e il caso dei mercenari siriani in Libia: tra di loro combattenti dell’Isis o di al Qaeda

Pubblicato il 8 febbraio 2020 alle 6:27 in Libia Turchia

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Militanti siriani affiliati a gruppi come al Qaeda e lo Stato Islamico vengono inviati dalla Turchia in Libia per combattere a fianco delle forze del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA). Lo rivelano al The New York Times due leader militari libici e un osservatore di guerra siriano.

Entrambi i fronti impegnati nella guerra civile in Libia ottengono equipaggiamento militare e supporto da parte di Paesi stranieri. La Turchia, tuttavia, che ha a lungo addestrato e finanziato i combattenti dell’opposizione in Siria e ha ripetutamente allentato i suoi confini così da consentire ai foreign fighters di unirsi all’Isis, ha negli ultimi mesi trasferito centinaia di loro su un nuovo teatro di guerra, quello di Tripoli. Il GNA controlla solo una ridotta area della Libia occidentale, inclusa la capitale. Il capo del Consiglio presidenziale nonché premier del governo di Tripoli, Fayez al-Serraj, riconosce attualmente come suo principale sostenitore internazionale la Turchia. I leader delle milizie libiche stanziate nella capitale riferiscono che la Turchia ha mandato più di 4000 foreign fighters a Tripoli e diversi di loro sono combattenti estremisti affiliati a gruppi terroristici. I due comandanti citati dal The New York Times hanno parlato in condizione di anonimato perché non autorizzati a discutere dell’argomento con i media. Hanno sottolineato che ci sono state, tra i ranghi delle forze libiche, opinioni divergenti sull’accettare o meno estremisti siriani nelle loro fila. Uno dei due ha affermato che per alcuni il background dei combattenti non era importante, purché l’obiettivo sia quello di aiutare a difendere la capitale. L’altro ha invece riferito che altri comandanti temono che i combattenti “offuschino” l’immagine del governo di Tripoli.

Le milizie sostenute dalla Turchia nel Nord della Siria sono conosciute per includere al loro interno militanti dell’Isis, di al-Qaeda e di altre organizzazioni. Sono altresì note per aver commesso gravi atrocità contro i curdi siriani e contro la popolazione civile.

L’ONU ha ripetutamente condannato il flusso di armi e mercenari in Libia. Tuttavia, l’organizzazione non ha ancora accertato i rapporti e le accuse secondo le quali il governo di Serraj e la Turchia starebbero usando estremisti legati all’Isis e ad al-Qaeda come mercenari. Ankara non ha confermato né smentito le indiscrezioni sul suo conto e l’esercito turco non ha dato la sua disponibilità a rilasciare commenti. Tuttavia, in un’intervista televisiva, il mese scorso, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva affermato: “Come forza di combattimento, avremo una squadra diversa lì. Non verranno dall’interno dell’esercito, dai nostri soldati. Le varie squadre e le forze di combattimento lavoreranno insieme. Ma i nostri soldati di alto rango coordineranno il tutto”.

Le voci sui combattenti siriani appoggiati dalla Turchia in Libia stanno andando avanti da settimane. Leader e commentatori stranieri hanno messo in risalto video diffusi online che sembrano mostrare siriani a Tripoli. In uno dei video, un uomo con un accento siriano filma i dormitori in cui vivono lui e gli altri combattenti, dicendo: “Grazie a Dio, siamo arrivati sani e salvi in Libia”. Un’altra clip mostra un aereo pieno di combattenti, alcuni dei quali indossano tute mimetiche e parlano con accenti siriani. Gli alleati libici della Turchia hanno negato qualsiasi sforzo di Ankara volto a inviare mercenari in Libia. A gennaio, però, Sarraj ha dichiarato che il suo governo “non esiterebbe a cooperare con nessuna delle parti per sconfiggere l’aggressione delle forze di Haftar”.

Rami Abdurrahman, direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, ha riferito che la sua rete di monitoraggio ha stimato che sono circa 4.700 i mercenari siriani appoggiati dalla Turchia inviati in Libia e, tra loro, almeno 130 sono ex combattenti dello Stato islamico o di al-Qaida. Secondo Rami, i militanti dell’Isis si sono uniti al cosiddetto Esercito nazionale siriano (SNA), un’alleanza formata dalla Turchia e composta da diverse fazioni che hanno combattuto il governo del presidente siriano Bashar al-Assad. La maggior parte dei gruppi è fedele ad Ankara e lo SNA è stato lungamente usato nell’offensiva della Turchia contro le forze curde nel Nord della Siria.

In teoria, intorno a Tripoli rimane in atto un cessate il fuoco mediato dalla Russia e dalla Turchia, ma le parti in guerra si sono più volte accusate a vicenda di aver violato il patto e la tregua traballante è minacciata dai continui scontri. I rappresentanti di Sarraj e Haftar hanno iniziato una serie di incontri a Ginevra, il 3 febbraio, per lavorare verso un cessate il fuoco più permanente.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha anche citato il caso di un combattente della provincia di Idlib che avrebbe chiesto di recarsi in Libia dichiarando di essere motivato dalla promessa di benefici finanziari offerti dalla Turchia. Elizabeth Tsurkov, membro dell’Istituto di ricerca di politica estera statunitense, esperta di gruppi armati siriani, ha affermato che le ricompense finanziarie, la cittadinanza turca o la prospettiva di fuggire in Europa sono i motivi principali che spingono i combattenti siriani a farsi mandare in Libia. “Nessuno di loro è impegnato nella guerra per convinzioni personali o per ideologia”, ha detto Tsurkov.

Un funzionario libico presso l’ufficio del primo ministro ha detto che i combattenti siriani sono presenti in Libia dall’inizio di agosto. Inizialmente, secondo quanto affermato dalla fonte, stavano solo facilitando il lavoro degli esperti militari turchi. Tuttavia, quando i combattimenti si sono intensificati, a metà dicembre, il numero di militanti siriani è aumentato e la maggior parte di loro ha iniziato ad essere schierata in prima linea.

La Turchia non sarebbe l’unica a schierare mercenari. Le autorità di Tripoli e diversi funzionari statunitensi hanno più volte accusato il generale Haftar di fare affidamento su centinaia di mercenari russi. Recentemente, secondo un rapporto degli esperti delle Nazioni Unite, anche gruppi armati sudanesi provenienti dalla regione del Darfur si sarebbero uniti ai combattimenti da entrambe le parti.

L’afflusso di mercenari siriani, russi e sudanesi ha minacciato di prolungare la guerra e di paralizzare gli sforzi internazionali per stabilire un cessate il fuoco a lungo termine. Nicholas Heras, un esperto siriano dell’Istituto americano per lo studio della guerra, ha affermato che la Turchia si sta concentrando sulla Libia per stabilire una propria sfera di influenza nel Mediterraneo. “I militari turchi hanno costruito una forza di procura fatta di combattenti siriani perché non intendono rischiare perdite significative tra i propri soldati”, ha sottolineato Heras.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 Il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. Tra i partecipanti, anche Haftar e al-Sarraj, i quali, tuttavia non si sono seduti al tavolo delle discussioni ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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