La Tunisia rimuove dall’incarico l’ambasciatore presso le Nazioni Unite

Pubblicato il 8 febbraio 2020 alle 16:45 in Medio Oriente Tunisia

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La Tunisia ha licenziato il proprio ambasciatore alle Nazioni Unite, per non aver consultato il ministero degli Esteri su questioni importanti. Secondo fonti diplomatiche, tra queste è incluso il Piano per la Pace in Medio Oriente. 

“L’ambasciatore della Tunisia presso le Nazioni Unite è stato licenziato per motivi puramente professionali in merito alla sua debole performance e alla mancanza di coordinamento con il Ministero su questioni importanti in discussione presso le Nazioni Unite”, ha affermato una dichiarazione del ministero degli Esteri tunisino. Fonti diplomatiche ritengono che l’ambasciatore, Moncef Baati, che ha occupato il posto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dall’inizio del 2020, si sia espresso in maniera autonoma riguardo al Piano per la Pace in Medio Oriente proposto dagli Stati Uniti. Le dichiarazioni del diplomatico hanno contrariato il presidente tunisino, Kais Saied. 

La notizia del ritiro dell’ambasciatore tunisino è stata resa pubblica solo l’8 febbraio, ma la rimozione dall’incarico ha avuto luogo il 6 febbraio, secondo quanto riferisce Al-Jazeera English, poichè il diplomatico non è stato presente al briefing a porte chiuse del consigliere speciale e genero del presidente USA, Jared Kushner. Sempre secondo il quotidiano, il licenziamento di Baati sarebbe motivato dalla preoccupazione del presidente tunisino sul fatto che le dichiarazioni a sostegno dei palestinesi rischiavano di danneggiare le relazioni della Tunisia con gli Stati Uniti. “È stato un vero shock apprendere la notizia, ma non ne conosco le motivazioni”, ha dichiarato l’ambasciatore Marc Pecsteen de Buytswerve, del Belgio, che detiene la presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza. “Era un ottimo collega e mi dispiace davvero tanto vederlo partire”, ha aggiunto. Un altro diplomatico e membro del Consiglio, che non desiderava essere identificato, ha affermato che Baati era “la persona giusta” per negoziare una risoluzione voluta dai palestinesi.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha svelato il tanto atteso Piano per la Pace in Medio Oriente, il 28 gennaio, in occasione di un incontro con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca. Tra le proposte, una Gerusalemme unificata sotto Israele e un para-Stato, con sovranità limitata, per i palestinesi. Durante il suo discorso di presentazione, Trump è stato affiancato solo da Netanyahu e nessuna personalità della leadership palestinese era presente all’incontro, non avendo partecipato in alcun modo alla stesura del piano. Da parte sua, l’Autorità Palestinese (AP) aveva già tagliato i legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense aveva annunciato il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre del 2017, e aveva trasferito la propria ambasciata nella città, il 14 maggio 2018. Gli Stati Uniti hanno anche azzerato il sostegno economico all’agenzia delle Nazioni Uniti che supporta i palestinesi, l’UNRWA, tagliando aiuti per centinaia di milioni di dollari. 

In risposta, l’Autorità Palestinese ha promosso una risoluzione presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per condannare il Piano, il 5 febbraio. Il tentativo è stato puramente simbolico, poichè gli Stati Uniti hanno potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza. Tuttavia, la risoluzione potrebbe passare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove, invece, è possibile che venga approvata. Muhammud Abbas, presidente dell’AP, ha affermato di essere di fronte ad “un’offensiva diplomatica”, mirata a “liquidare la causa palestinese”. Abbas ha poi dichiarato che il piano fallirà “come tutti gli altri complotti contro la causa palestinese”, aggiungendo che lo scopo della sua iniziativa era quello di raccogliere il sostegno arabo, islamico e internazionale contro il piano Trump. Il ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese, Riad Malki, ha affermato che il progetto di risoluzione chiede anche “la fine dell’occupazione israeliana e ribadisce la soluzione a due Stati”.

La proposta presentata al Consiglio di Sicurezza afferma che il piano degli Stati Uniti “viola il diritto internazionale e i termini di riferimento approvati a livello internazionale per il raggiungimento di una soluzione giusta, completa e duratura al conflitto israelo-palestinese, come sancito dalle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite”. Il Piano proposto dall’amministrazione statunitense, secondo tale risoluzione, “mina gli inalienabili diritti e aspirazioni nazionali del popolo palestinese, compresa l’autodeterminazione e l’indipendenza”e la risoluzione sottolinea il fatto che gli insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est “sono illegali e mettono in pericolo la fattibilità della soluzione a due Stati”, basata sulle risoluzioni delle Nazioni Unite risalenti al 1967, inclusa la risoluzione 2334, che, specificatamente condanna la costruzione di insediamenti israeliani dal 2016. In sede di approvazione di tale risoluzione, l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama non aveva posto il veto.

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

 

 

 

di Redazione

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