Yemen: morti 36 Houthi, disinnescate 137 mine nel Mar Rosso

Pubblicato il 7 febbraio 2020 alle 11:46 in Medio Oriente Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

A seguito di un’operazione condotta dell’esercito yemenita e dalle forze della coalizione internazionale a guida saudita, 36 Houthi sono morti sul fronte di Nihm, a Est della capitale Sana’a. Il 7 febbraio, è stato riferito che tra le vittime causate dalle forze congiunte nelle ultime ore vi sono stati altresì leader precedentemente addestrati in Iran. Gli Houthi, dal canto loro, continuano a porre mine nel Sud del Mar Rosso.

L’agguato dell’esercito yemenita nel distretto di Nihm ha avuto luogo nella mattina del 6 febbraio. A detta del centro media delle forze di Sana’a, questo ha causato 36 morti tra le fila dei ribelli sciiti Houthi, oltre a diversi feriti e alla distruzione di veicoli e strumenti militari. Secondo la medesima fonte, sempre il 6 febbraio, i jet da combattimento della coalizione hanno poi preso di mira, attraverso tre attacchi aerei, le postazioni delle milizie Houthi situate a Ovest di Wadi Namla, nel Sud di Nihm, provocando la distruzione di un veicolo corazzato e la morte di alcuni militanti.

Altri attacchi hanno poi interessato il governatorato di al-Jawf e, nello specifico, il fronte di al-Mahzumat. Qui, l’esercito yemenita ha colpito un veicolo blindato, con a bordo leader ribelli precedentemente addestrati in Iran, provenienti dal governatorato di Saada. In tale quadro, fonti mediche di Sana’a hanno riferito di aver ricevuto un gran numero di Houthi da assistere, provenienti perlopiù da al-Jawf, Nihm e Sarwah. Dal canto loro, i ribelli sciiti continuano a provocare morti ogni giorno a Sana’a, Dhamar e ‘Amran.

Nella mattina del 7 febbraio, la coalizione a guida saudita ha dichiarato che i ribelli continuano altresì a porre mine navali nello Stretto di Bab el-Mandeb, situato nel Mar Rosso meridionale, punto di congiunzione tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Uno degli ultimi episodi, è stato riferito dal portavoce della coalizione, Turki al-Maliki, risale al 5 febbraio, quando 3 pescatori egiziani sono morti e altri 3 sono rimasti feriti a causa di una mina piantata nei pressi della propria imbarcazione. A tal proposito, al-Maliki ha affermato che le mine da parte Houthi costituiscono una vera minaccia alla circolazione marittima e al commercio globale nello Stretto e nel Mar Rosso meridionale. Nell’ultimo periodo, ha precisato il portavoce, sono state 137 le mine scoperte e disinnescate in tale area.

Inoltre, è del 6 febbraio la dichiarazione dell’esercito yemenita, secondo cui le proprie forze stanno continuando a raggiungere notevoli progressi contro le milizie Houthi sui fronti di Nihm, al-Jawf, Sarwa, al-Bayda, Taiz e al-Dali, sottolineando come si sia trattato perlopiù di operazioni di attacco e non di difesa. Ma’rib e al-Jawf, accanto a Nihm, sono tra le aree maggiormente colpite dagli scontri delle ultime settimane. In tali zone, a Est della capitale Sana’a, gli Houthi cercano di recuperare le postazioni ed i siti persi durante l’ultimo periodo.

In tale quadro, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il 30 gennaio, ha rilasciato una dichiarazione in ha espresso la propria preoccupazione di fronte alla recente escalation sul suolo yemenita e, nello specifico, presso Nihm e al-Jawf. È stato evidenziato come sia la vita dei civili ad essere messa gravemente in pericolo, costretti altresì a sfollare, e come tale violenza mini gli sforzi profusi nell’ultimo periodo, volti a riportare la pace in Yemen.

La perdurante guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

È del 5 novembre 2019 un accordo considerato un segnale positivo verso una possibile risoluzione del conflitto, il cosiddetto accordo di Riad. L’obiettivo principale è stato porre fine alla lotta al potere nel Sud del Paese e ai combattimenti che hanno interessato le aree meridionali dal 7 agosto scorso, quando violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden, capitale provvisoria e sede governativa, per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Da un lato, vi erano le guardie presidenziali. Dall’altro, le forze secessioniste, rappresentate dal Consiglio di transizione meridionale. Fin dalla sua ratifica, l’accordo è stato considerato una mossa positiva per riportare la felicità e la pace di cui un tempo godeva lo Yemen.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.