Libia: è impasse sul futuro dell’Operazione Sophia

Pubblicato il 7 febbraio 2020 alle 15:48 in Europa Libia

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Il Comitato politico e di sicurezza del Consiglio dell’UE si è riunito, venerdì 7 febbraio, per discutere dell’Operazione Sophia, la missione europea finalizzata al contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo.

È quanto rivelato da ANSAmed, il quale ha altresì rivelato che il vertice era stato convocato, in sessione straordinaria, per discutere del ritorno delle navi nelle operazioni della Missione, al fine di garantire maggiore efficacia al monitoraggio dell’embargo delle armi alla Libia deciso dalle Nazioni Unite.

Tale opzione, rivela il quotidiano, è stata fermamente respinta da Austria e Ungheria, le quali hanno inoltre ribadito la loro opposizione a essere incluse in un meccanismo di redistribuzione di eventuali migranti soccorsi in mare.

La possibilità che l’Operazione Sophia torni a disporre di navi non è, tuttavia, ancora da escludere. Le discussioni in merito, rivela il quotidiano, continueranno nei prossimi giorni, al fine di bloccare l’impasse in cui si trova la trattativa sul futuro dell’Operazione entro la prossima riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea, in programma per il prossimo 17 febbraio.

Nel frattempo, aggiunge ANSAmed, il Comitato ha concordato sulla necessità di incrementare la vigilanza aerea.

L’Operazione Sophia, formalmente nota con il nome di European Union Naval Force in the South Central Mediterranean (EUNAVFOR Med), è stata lanciata il 22 giugno 2015 dall’Unione Europea, con lo scopo di contrastare l’attività illegale dei trafficanti di esseri umani lungo il Mediterraneo centrale. Nello specifico, l’obiettivo della missione è quello di “identificare, sequestrare e disporre dei mezzi utilizzati, o sospettati di essere utilizzati, dai trafficanti di migranti, al fine di fornire un contributo agli sforzi europei finalizzati alla distruzione del modello operativo delle reti di trafficanti del Mediterraneo centromeridionale e prevenire ulteriori perdite di vite umane in mare”. Alla missione partecipano 25 Paesi membri dell’UE, ad esclusione di Belgio e Danimarca, e il Regno Unito. 

L’Operazione è strutturata in quattro fasi. La prima consiste nell’impiego di forze finalizzate all’inquadramento e alla comprensione delle pratiche e metodi della tratta dei migranti. Questa fase risulta completata. La seconda consiste invece nella ricerca e nel sequestro delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti. La terza fase fa riferimento alle misure che gli Stati costieri potranno impiegare al loro interno contro le imbarcazioni e i mezzi utilizzati per il traffico di migranti. Infine, l’Operazione Sophia prevede il ritiro delle forze impiegate e il completamento della missione. A decretare la fattibilità del passaggio da una fase all’altra è il Consiglio europeo, il quale, lo scorso 26 settembre, aveva esteso il mandato dell’Operazione fino al 31 marzo 2020.

La chiusura dei porti italiani alle imbarcazioni delle ONG e delle missioni europee, portata avanti dall’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, al momento della sua nomina, avvenuta il primo giugno scorso, aveva portato alla negoziazione di un nuovo accordo sull’operazione Sophia dell’Unione Europea. Il nuovo accordo non prevedeva più l’utilizzo di navi, ma una serie di pattuglie aeree e droni e un più stretto coordinamento con la Libia.

La privazione dell’Operazione Sophia del suo assetto navale era scaturito, secondo quanto ricostruito da ANSAmed, dai contrasti tra i membri dell’Unione Europea in materia di ridistribuzione dei migranti.

Tale questione, alla luce delle posizioni di Austria e Ungheria, è poco probabile che venga risolta prima della scadenza della missione.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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