La Cina sconvolta dal coronavirus: “Vogliamo la libertà di parola”

Pubblicato il 7 febbraio 2020 alle 20:27 in Asia Cina

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La morte dell’oftalmologo della città di Wuhan, tra i primi a diffondere la notizia del coronavirus e a sua volta infettato mentre curava i propri pazienti, sta commuovendo e agitando la popolazione cinese, che chiede una maggiore trasparenza al governo di Pechino. 

Il medico cinese, Li Wenliang, è deceduto il 6 febbraio e, a seguito della sua dipartita, i social media cinesi sono stati travolti da notizie al suo riguardo. L’uomo era stato arrestato e detenuto per 2 giorni, per aver parlato del virus a dei suoi ex alunni. Dopo essere stato rilasciato era rimasto in ospedale a curare gli infetti. La popolazione cinese ha espresso la sua preoccupazione e commozione durante tutta la giornata del 7 febbraio, chiedendo a Pechino di limitare il controllo oppressivo sulla libertà di espressione. Li è stato definito “un eroe” e una foto del medico, che tiene in mano la sua carta d’identità ed è sdraiato sul letto d’ospedale con un respiratore ad ossigeno, è circolata in tutto il mondo. Anche la stampa cinese ha preso le parti del dottore. “Wuhan deve davvero delle scuse a Li Wenliang”, ha dichiarato Hu Xijin, direttore del Global Times, un giornale sostenuto dal governo di Pechino. Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha definito la sua morte un “tragico promemoria” di come la preoccupazione della Cina per la stabilità le abbia fatto sopprimere informazioni vitali. Tuttavia, molte delle discussioni avviate sui social network sono state censurate dal governo centrale. La popolazione cinese, tuttavia, ha continuato a riempire il web di slogan riguardanti il medico: “il governo di Wuhan deve delle scuse al dottor Li Wenliang” e “vogliamo la libertà di parola” erano tra questi. 

Il Washington Post, già il 2 febbraio, aveva ricostruito la storia del medico e del virus. A metà dicembre 2019, alcuni pazienti nella città di Wuhan hanno cominciato a presentare quello che sembrava un mix di sintomi influenzali: febbre, difficoltà respiratorie, tosse. I primi indizi indicavano che si trattava di una polmonite virale. Tuttavia, i medici di Wuhan, una città di 11 milioni di persone della Cina centrale, non sono stati inizialmente in grado di individuare la causa di tale malattia. Voci di un misterioso virus hanno iniziato a turbinare sui social media cinesi, in particolare tra i dottori. Un resoconto pubblicato sui media cinesi solo il 30 gennaio 2020, da un tecnico di laboratorio anonimo che afferma di lavorare in una struttura convenzionata con gli ospedali, riporta che la sua azienda aveva ricevuto i campioni da Wuhan e aveva individuato un coronavirus che somigliava per l’87% alla SARS, già il 26 dicembre 2019. Il 27 dicembre, i dirigenti del laboratorio hanno informato i funzionari sanitari di Wuhan e l’ospedale, secondo quanto ha riferito il tecnico. La sera del 30 dicembre 2019, le prime informazioni sul coronavirus stavano iniziando a trapelare tra i dottori cinesi. Alle 17:43, Li Wenliang, un oculista del Wuhan Central Hospital, ebbe una conversazione privata ai suoi ex alunni della facoltà di medicina e riferì che 7  persone avevano contratto quella che credeva essere la SARS e un paziente era stato messo in quarantena nell’ospedale. La notizia è poi cominciata a circolare sui social network. 

Mentre scienziati ed esperti della sanità pubblica si davano da fare per raccogliere maggiori informazioni, i servizi di sicurezza cinesi hanno cercato di soffocare le notizie. L’1 gennaio, l’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Wuhan ha convocato 8  persone per aver pubblicato e diffuso “voci” sugli ospedali di Wuhan e su pazienti con casi simili alla SARS. Lo stesso giorno, la polizia ha fatto circolare, tramite l’agenzia di stampa statale Xinhua, un avvertimento: “Invitiamo tutti a non fabbricare voci, a non diffonderle, a non crederci”. Tutte e 8 le persone detenute quel giorno erano medici, tra cui Li, l’oftalmologo di Wuhan. Wang Guangbao, chirurgo e scrittore della Cina orientale, ha in seguito affermato che le speculazioni su un virus simile alla SARS dilagavano all’interno degli ambienti medici a gennaio, ma le detenzioni dissuasero molti, incluso lui stesso, dal parlarne apertamente. Li è stato rilasciato dalla polizia di Wuhan il 3 gennaio dopo aver firmato un documento in cui riconosceva di aver commesso “atti illegali”. L’uomo è tornato immediatamente a lavorare ed è stato infettato lui stesso dal coronavirus. 

La Corte Suprema del Popolo cinese, a proposito di tali eventi, ha rilasciato una dichiarazione insolita, che ha ammonito la polizia di Wuhan per aver arrestato gli 8 scienziati. “Se la società in quel momento avesse creduto a quelle ‘voci’ e avesse indossato le maschere, usato il disinfettante ed evitato di andare al mercato della fauna selvatica, come se ci fosse stato un focolaio di SARS, forse questo avrebbe significato poter controllare meglio il coronavirus oggi”, ha riferito l’Alta Corte. Superati i 12 mila casi, all’interno della zona di quarantena, gli ospedali hanno apertamente lanciato appelli sui social network per chiedere donazioni di attrezzature di base come maschere e tute protettive. I residenti di Wuhan hanno segnalato una grave carenza di kit per testare la presenza del virus, il che aumenta la possibilità che il numero reale di casi sia molto più alto delle cifre confermate. Dopo che gli ospedali della città sono stati sopraffatti dai pazienti che volevano controllare se erano infetti o meno, le autorità locali hanno annunciato che gli ospedali forniranno test solo a coloro che mostrano sintomi gravi. I pazienti ricoverati vengono isolati nelle stanze degli ospedali. Alcuni pazienti sono morti nelle aree di attesa, secondo quanto ha affermato Chen Qiushi, un noto blogger cinese che è stato in diretta dagli ospedali di Wuhan.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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