Iraq: la popolazione reagisce ancora contro violenza e governo

Pubblicato il 7 febbraio 2020 alle 15:58 in Iraq Medio Oriente

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Dopo la condanna degli ultimi episodi di violenza da parte della massima autorità religiosa sciita dell’Iraq, l’Ayatollah Ali al- Sistani, anche la popolazione irachena è scesa nuovamente in piazza, venerdì 7 febbraio.

In particolare, centinaia di manifestanti sono accorsi nel centro della capitale Baghdad, a piazza Tahrir, giungendo poi alle porte della Green Zone, un’area fortificata sede di ambasciate ed edifici governativi, tra cui anche l’ambasciata statunitense. La principale richiesta della popolazione continua ad essere l’elezione di un primo ministro indipendente e lontano da qualsiasi partito politico. Tali caratteristiche non sono incarnate dal premier neoeletto, Mohammed Tawfiq Alawi, salito alla presidenza del Consiglio il primo febbraio scorso. Pertanto, il popolo iracheno si è detto determinato a continuare fino a quando le proprie richieste non verranno realmente soddisfatte.

Tuttavia, oltre a respingere Alawi, il popolo protesta contro gli episodi di violenza verificatisi negli ultimi giorni nelle piazze irachene. Il riferimento va, in particolare, alla notte tra il 5 e 6 febbraio, quando la folla di manifestanti radunatasi nel centro di Najaf, nel Sud dell’Iraq, è stata assalita da un gruppo armato, il quale ha appiccato il fuoco presso gli accampamenti dei manifestanti, attaccando altresì i cittadini con armi da fuoco ed esplosivi. Nello specifico, il bilancio è stato di 8 morti e circa 85 feriti. La responsabilità di tale violenza è stata attribuita ai sostenitori del clerico sciita Muqtada al-Sadr, il leader a capo di Sairoon, uno tra i maggiori blocchi di coalizione in Parlamento, altresì tra i principali promotori dei movimenti di protesta degli ultimi mesi, e, al contempo, sostenitore di Alawi.

Il 7 febbraio, il clima di mobilitazione popolare ha interessato anche altre zone dell’Iraq meridionale, tra cui Dhi Qar, dove numerosi studenti sono scesi per le strade del governatorato, inneggiando slogan sia contro Alawi sia contro l’Iran. Quest’ultimo è accusato di aver influenzato le scelte politiche interne dell’Iraq, tra cui proprio la nomina del primo ministro. Altre manifestazioni e sit-in, organizzate perlopiù da studenti, hanno interessato i governatorati di Bassora, al-Qadisiyya e al-Muthanna. Non da ultimo, a Dhi Qar i manifestanti hanno concesso al governo, alla Magistratura e alla commissione elettorale una settimana di tempo per indire un referendum popolare, che porti alla nomina di un primo ministro indipendente e privo di legami con l’élite politica al potere negli ultimi anni, nonché largamente approvato dalla popolazione stessa.

In tale quadro, nel suo sermone del venerdì, l’Ayatollah Ali al-Sistani ha condannato gli episodi verificatisi a Najaf. Si è trattato, per l’autorità religiosa sciita, di “sangue versato ingiustamente” in una cornice di episodi violenti, sfortunati e dolorosi. Al-Sistani ha altresì evidenziato che le forze di sicurezza dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel garantire la sicurezza dei manifestanti, l’ordine pubblico, la salvaguardia degli spazi pubblici, luogo di proteste pacifiche, evitando al contempo situazioni di caos. Per l’Ayatollah non vi sono giustificazioni per gli attacchi e gli abusi subiti dalla popolazione irachena e le forze dell’ordine non possono sottrarsi ai propri compiti e doveri.

L’Ayatollah ha altresì affermato che qualsiasi governo dovrebbe essere sostenuto soprattutto dal popolo. Deve trattarsi di un esecutivo degno della fiducia del popolo, ma altresì in grado di sanare il quadro attuale e ripristinare il prestigio dello Stato. Il governo, a detta di al-Sistani, dovrà indire elezioni anticipate in un ambiente che ispiri fiducia, lontano da qualsiasi forma di ingerenza esterna, così come dagli “effetti collaterali” derivanti da denaro e commercio illegale di armi.

Nel frattempo, Alawi continua con le consultazioni volte a formare un nuovo esecutivo per Baghdad. Sebbene il premier si sia impegnato fin da subito a rispondere alle richieste e alle esigenze della popolazione irachena, già al momento dell’annuncio del mandato gruppi di manifestanti hanno espresso il proprio rifiuto. A detta di alcuni cittadini in piazza, il premier neoeletto è stato scelto senza prendere in considerazione l’opinione del popolo iracheno e senza mostrare attenzione e rispetto per i martiri dell’ondata di violenza verificatasi nelle piazze irachene. Inoltre, secondo alcuni studiosi, i manifestanti iracheni continuano a chiedere la caduta dell’intero sistema politico, e Alawi, avendo assunto il mandato di ministro delle Comunicazioni per due volte, risulta essere ancora un rappresentante di quella classe politica fortemente contestata.

La forte ondata di manifestazioni ha avuto inizio il primo ottobre 2019, quando i manifestanti sono scesi in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono più placate. In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, l’ex primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, il primo febbraio scorso, hanno portato alla nomina di Alawi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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