Canada: tensioni tra popolazione indigena e polizia per la costruzione di un gasdotto

Pubblicato il 7 febbraio 2020 alle 15:18 in USA e Canada

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Nell’area a Nord della provincia della British Columbia, la Regia Polizia Federale Canadese (RCMP) ha avviato lo sgombero di un accampamento indigeno di protesta dei Wet’suwet’en per impedire la costruzione del gasdotto Coastal GasLink.

La polizia ha avviato l’operazione in seguito a un’ingiunzione rilasciata dalla Corte suprema della British Columbia volta a liberare la strada di servizio Morice West Forest. I membri della popolazione Wet’suwet’en avevano allestito accampamenti e posti di blocco lungo la strada sopracitata, che si colloca a 1000 km a Nord di Vancouver, per impedire che il gasdotto venisse costruito nel proprio territorio. Alcuni manifestanti hanno affermato che 6 persone sono state arrestate durante le operazioni, nel corso delle quali la polizia è entrata in piena notte armata e munita di strumenti per la visuale notturna all’interno dell’accampamento. Nell’operazione sono state impiegate le unità cinofile e sono stati proibiti i filmati dell’arresto.

Il conflitto rimanda alla questione dei territori indigeni in Canada e pone il quesito su come il progetto del gasdotto potrebbe infrangere i diritti degli indigeni che sono protetti dalla costituzione e dalla legge canadese. I Wet’suwet’en sono una popolazione indigena i cui capi ereditari, secondo quanto stabilito dalla legge indigena, detengono l’autorità su 22.000 km quadrati di territorio. I loro diritti su queste terre sono stati confermati da una sentenza della Corte Suprema canadese che nel 1997 stabilì che i Wet’suwet’en non avessero mai ceduto i propri diritti su quell’ampio territorio. Il Canada ha, per tanto, il dovere di consultarsi con i popoli indigeni i cui diritti potrebbero essere danneggiati per decidere su questo tipo di progetti. Lo stato Nord americano ha, inoltre, firmato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni che sancisce il principio di “consenso informato, a priori e libero” per i popoli indigeni.

Il progetto Costal GasLink è realizzato dalla compagnia canadese TC Energy che dal dicembre 2019 è stata autorizzata dalla Corte suprema della British Columbia a proseguire con la realizzazione del progetto. Quest’ultimo prevede la creazione di un gasdotto lungo 670 km che attraverserebbe un’ampia porzione del territorio dei Wet’suwet’en, trasportando gas dal Nord-Est della British Columbia verso un terminal nei pressi della città di Kitimat, dove sarebbe, poi, preparato per essere esportato.

 La compagnia energetica ha affermato di essere giunta ad un accordo con 20 Prime Nazioni, che sono le unità basilari di governo dei popoli soggetti alla Legge sugli indigeni, situate nel percorso del gasdotto e per tanto ritiene di avere il diritto di portare avanti i lavori. Da parte loro, però, i Wet’suwet’en hanno affermato di non aver mai espresso il proprio consenso per la costruzione del Costal GasLink. In seguito alla sentenza di dicembre, il popolo indigeno ha cacciato dai propri territori tutti i lavoratori al progetto di TC Energy e ha richiesto un incontro con le autorità della British Columbia per risolvere la questione.

La polizia federale canadese era già stata accusata di aver usato la forza durante lo sgombero del punto di accesso di Gidimt’en nel gennaio 2019 quando furono arrestate 14 persone. Mercoledì 5 febbraio, durante una conferenza stampa la RCMP ha risposto alle accuse affermando di non avere scelta se non quella di attuare l’ingiunzione. Quest’ultima non ha carattere di invito opzionale o di suggerimento alle parti coinvolte, ma è una direttiva obbligatoria rilasciata delle Corte. Ciò che, tuttavia, è contestato dai Wet’suwet’en è l’autorità della RCMP sui loro territori che stando alla legge sono sotto il controllo dei loro capi ereditari. Il popolo indigeno si dice pronto a proteggere il proprio territorio.

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Camilla Canestri, interprete di cinese.

di Redazione

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