Sudan verso la riapertura dello spazio aereo per i voli israeliani

Pubblicato il 6 febbraio 2020 alle 11:14 in Israele Sudan

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Il Sudan ha concesso ai voli diretti verso Israele un ok iniziale per attraversare il suo spazio aereo, una decisione presa dopo l’incontro tra il primo ministro di Tel Aviv, Benjamin Netanyahu, e il capo del Consiglio supremo di transizione di Khartoum, Abdel Fattah al-Burhan. La mossa si inserisce nel contesto di una futura svolta nelle relazioni tra Sudan e Israele, destinate, secondo quanto emerso dall’incontro di tre giorni fa, a normalizzarsi. Il colloquio tra Netanyahu e al-Burhan, tenutosi il 3 febbraio in Uganda, sembrerebbe essere stato organizzato in totale segretezza e ciò avrebbe scatenato una controversia interna al governo sudanese, dove militari e civili condividono il potere. Il gabinetto di Khartoum ha indetto 2 meeting di emergenza sul viaggio di al-Burhan in Uganda, del quale non sarebbe stato informato.

L’esercito sudanese ha risposto alle insinuazioni con una dichiarazione, mercoledì 5 febbraio, in cui si afferma che l’incontro con il premier israeliano sarebbe stato organizzato “nell’interesse di sicurezza nazionale del Sudan”. Il portavoce dell’esercito, Amer Mohamed al-Hassan, ha rivelato alla stampa che c’è stato un accordo, “in linea di principio”, tra Tel Aviv e Khartoum per l’uso dello spazio aereo del Sudan da parte di aerei commerciali che viaggiano dal Sud America a Israele. Tuttavia, i vari aspetti tecnici dei sorvoli sono ancora in fase di studio e il Sudan non ha consentito l’attraversamento ai portaerei israeliani El Al. “Il Sudan non ha annunciato la piena normalizzazione dei rapporti con Israele, ma c’è uno scambio di interessi”, ha detto al-Hassan.

Netanyahu, prima dell’annuncio sudanese, aveva affermato che aprire lo spazio aereo sul Sudan agli aerei civili israeliani avrebbe permesso loro di ridurre i tempi di volo per il Sudamerica, quarta maggiore destinazione di viaggio per i cittadini di Israele. Quel corridoio aereo include anche Egitto e Ciad, con il quale Tel Aviv ha ripristinato i rapporti nel 2018. “Con il Sudan stiamo stabilendo relazioni di tipo cooperativo”, ha affermato Netanyahu durante un discorso elettorale mercoledì 5 febbraio. “Sorvoleremo il Sudan”, ha aggiunto.

L’incontro in Uganda ha coinciso con l’annuncio, diffuso dal Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, domenica 2 febbraio, di un invito di al-Burhan a Washington nei prossimi mesi. Una data precisa, tuttavia, non è ancora stata fissata.

Secondo quanto reso noto dal quotidiano The Washington Post, un alto ufficiale sudanese ha riferito che l’incontro tra al-Burhan e Natanyahu sarebbe stato orchestrato dagli Emirati Arabi Uniti, con la finalità di “accelerare” il processo di rimozione del Sudan dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo. Khartoum era stata accusata, negli anni ’90, di aver ospitato Osama Bin Laden e altri terroristi ricercati. In più, sotto il dominio dell’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, il Sudan era stato accusato di essersi offerto come passaggio strategico per l’Iran per la fornitura di armi ai militanti palestinesi della Striscia di Gaza. Il Sudan fa parte della Lega Araba e, come gli altri membri dell’organizzazione, ha rigettato il “Piano di pace” per il Medio Oriente elaborato dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump. La Lega ha espresso il suo supporto al popolo palestinese durante un meeting d’emergenza, tenutosi sabato 1° febbraio.

Per Israele, la visita africana segna un passo importante verso la ricerca di un miglioramento delle relazioni con i Paesi arabi e africani. Si tratta di un momento delicato per Netanyahu, che cerca di essere rieletto a marzo mentre affronta un’ondata di accuse per corruzione. Il premier israeliano si è recato in Uganda per “tornare in Africa alla grande” e convincere il Paese dell’Africa orientale ad aprire una propria ambasciata a Gerusalemme. Israele sta corteggiando da diverso tempo gli Stati africani e sta cercando di normalizzare le relazioni con quelli a base musulmana per ottenere il loro appoggio in sede ONU e in altre sedi internazionali. 

Il Sudan aveva ospitato il summit della Lega Araba immediatamente successivo alla guerra dei 6 giorni del 1967, conclusosi con la definizione della regola dei 3 no: “No alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele e no alle negoziazioni con Israele”. Il consenso intorno a questo postulato crollò quando l’Egitto firmò un trattato di pace con Israele, nel 1979 e, negli ultimi anni, si è ulteriormente indebolito quando Tel Aviv ha iniziato a migliorare i rapporti con le nazioni del Golfo che condividono la sua preoccupazione nei confronti dell’Iran. Incrementare i rapporti diplomatici con il Sudan rappresenterebbe un ulteriore traguardo diplomatico per Israele. Al momento, solo due Stati arabi, ovvero l’Egitto e la Giordania, hanno stretto la pace con Tel Aviv.

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Chiara Gentili

di Redazione

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