Libia: ferma a Genova nave sospettata di traffico di armi dalla Turchia

Pubblicato il 6 febbraio 2020 alle 17:27 in Italia Libia Turchia

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La procura di Genova ha iscritto al registro degli indagati il comandante della nave cargo Bana, ferma nel porto ligure e sospettata di traffico illecito di armi e veicoli dalla Turchia alla Libia.

È quanto rivelato da ANSA, la quale ha altresì aggiunto che le autorità hanno posto sotto sequestro anche la plancia della nave, insieme ai locali delle strumentazioni, alla scatola nera, ai diari di bordo e ai PC.

Prima di giungere in acque italiane, la Bana era stata oggetto di segnalazione da parte della Francia. Nello specifico, lo scorso 30 gennaio, un ufficiale militare francese, in condizioni di anonimato, aveva rivelato che la nave cargo si trovava dal giorno precedente nel porto di Tripoli, carica di veicoli corazzati e scortata da una fregata della Turchia, la quale era stata accusata di violazione dell’embargo delle Nazioni Unite.

Il carico, rivela Al Arabiya English, era stato intercettato dall’Esercito Nazionale Libico (LNA), il quale aveva diffuso sulla sua pagina Facebook il video dei veicoli corazzati turchi che si trovavano all’interno della nave.

La Bana, secondo quanto rivelato lo scorso 4 febbraio dal The New Arab, è una nave cargo battente bandiera del Libano. Secondo il Diritto internazionale del mare, e in particolare secondo l’Articolo 5.1 della Convenzione internazionale concernente l’alto mare delle Nazioni Unite, lo Stato di cui la nave batte bandiera esercita la sua giurisdizione e controllo su di essa.

In linea con ciò, il Libano, nella persona del direttore della Direzione Affari Politici e Consolari del Ministero degli Esteri, Ghady Khoury, ha sollevato la questione all’ambasciatore della Turchia a Beirut, Hakan Cakil, il quale ha garantito che avrebbe presto ottenuto informazioni dalle autorità turche.

Il Libano, tuttavia, specifica il quotidiano, esercita una politica di bandiera ombra, consentendo a navi di proprietà di cittadini o aziende di altri Paesi di issare la bandiera libanese.

La nave, rivela ANSA, è solita trasportare auto radiate dall’Europa al Nord Africa. Tuttavia, la Bana ha percorso anche rotte tra la Turchia e la Libia, innalzando i sospetti in merito al trasporto di armi e veicoli corazzati da Ankara a Tripoli.

In aggiunta, a provocare ulteriori dubbi negli inquirenti è anche la sospensione del sistema di identificazione automatica della nave da parte dell’equipaggio, il quale ha reso non tracciabile la nave nelle acque oltre Creta. Già nel 2017, inoltre, la Bana era stata sospettata di aver trasportato in Libia alcuni pickup blindati, i quali erano stati acquistati dai combattenti di Tobruk.

L’avvistamento della fregata della Turchia nelle acque libiche era stato confermato, lo scorso 29 gennaio, anche dal presidente della Francia, Emmanuel Macron, il quale aveva altresì aggiunto che le navi della Turchia erano giunte a sostegno di Tripoli, accompagnate da mercenari siriani. In tale contesto, Macron aveva accusato il suo omologo di Ankara, Recep Tayyip Erdogan, di aver violato gli impegni presi a Berlino lo scorso 19 gennaio.

In tale data si erano riunite a Berlino diverse parti a livello internazionale, compresi il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e uomo forte del governo di Tobruk, Khalifa Haftar, e il premier del Governo di Accordo Nazionale della Libia, Fayez al-Sarraj. Al termine della Conferenza, sono state concordate 3 strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, in termini economici, politici e militari, ribadendo in ogni caso la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Nonostante gli sforzi diplomatici, però, la Libia continua ad essere teatro di scontri sul campo, caratterizzati, informa Reuters, dal tentativo di Haftar di aprire un nuovo fronte attraverso l’avanzata delle proprie forze verso Misurata, nell’Ovest del Paese. A conferma della permanenza di tensioni sul campo, il 28 gennaio il governo di Tripoli aveva annunciato l’abbattimento di un drone emiratino nell’Est di Misurata, in procinto di fornire assistenza all’LNA, il cui portavoce, Ahmed al-Mismari, aveva affermato, il giorno precedente, l’impossibilità di trovare una soluzione al conflitto libico attraverso mezzi politici.

A compromettere ulteriormente il quadro, riporta Reuters, l’annuncio delle Nazioni Unite, risalente allo scorso 25 gennaio, in merito alla violazione dell’embargo sulle armi da parte di diversi Paesi, i quali non sono tuttavia stati nominati. Nello specifico, l’ONU aveva annunciato che aerei cargo carichi di dispositivi di combattimento avanzati, veicoli corazzati, consiglieri e combattenti erano giunti presso gli aeroporti dell’Est e dell’Ovest della Libia, innalzando il rischio che il Paese possa nuovamente essere teatro di un rinnovato e intensificato scontro.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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