Kuwait: il Paese del Golfo dalle politiche “strane”

Pubblicato il 4 febbraio 2020 alle 12:53 in Kuwait Medio Oriente

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Sulla base di un articolo di Bloomberg, il quotidiano arabo kuwaitiano al-Qabas mette in evidenza alcuni tratti della politica finanziaria interna del Kuwait, che portano a definirlo “strano” rispetto agli altri Paesi del Golfo. Rivelata altresì la posizione del Paese sulla questione palestinese.

Nello specifico, secondo quanto riportato, il Kuwait è il primo Paese della regione a vantare la presenza di una donna al Ministero delle Finanze e la prima monarchia in cui il potere legislativo è soggetto ad elezioni. Tuttavia, negli ultimi anni, vi sono state numerose divergenze tra i legislatori ed i rappresentanti dell’esecutivo, a tal punto da cambiare otto amministrazioni in otto anni. Ciò ha influito anche sulle politiche fiscali adottate e da adottare, considerate imprevedibili.

Il Kuwait, il quarto maggior produttore dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), diversamente dai vicini della regione, non è riuscito ad introdurre nuove tasse dopo essere stato anch’esso colpito, sin dal 2014, da una diminuzione di prezzi di petrolio, facendogli guadagnare il soprannome di “riformatore più lento” tra le economie del Golfo. Come segnalato anche dall’agenzia di rating Fitch Ratings, a partire dal primo aprile prossimo, il Paese potrebbe far fronte ad uno dei maggiori deficit di bilancio di sempre, causato da un declino nelle entrate e nella produzione petrolifere. Pertanto, come evidenziato recentemente dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), presto il Paese avrà bisogno di finanziamenti.

L’opzione principale per coprire il deficit di bilancio è ridurre le partecipazioni al minore dei due fondi patrimoniali del Paese, che, tuttavia, potrebbero essere completamente esauriti il prossimo anno fiscale. I legislatori, dal canto loro, si sono opposti agli sforzi del governo per chiedere prestiti, accusandolo di gestire male le finanze pubbliche e chiedendo una soluzione diversa. Anche le banche kuwaitiane hanno incontrato difficoltà a fronte del quadro economico attuale. Per rispettare le norme locali sulla liquidità, i finanziatori si sono trovati costretti ad investire il 18% dei depositi dei clienti in dinari in strumenti emessi dalla banca centrale o dal governo. Inoltre, parlare di un riforme economiche, attraverso nuove tasse o riducendo i sussidi, è attualmente la questione più controversa in Parlamento.

Il Kuwait è classificato al terzo livello di investimento, ma in una prospettiva di indebitamento, che il FMI ha definito “senza precedenti”, il debito potrebbe aumentare fino a oltre il 70% del PIL nel 2025, rispetto al 15% del 2019. Il governo non dovrebbe, quindi, porre blocchi all’aumento di capitali nel mercato. Inoltre, secondo alcuni esperti, sarebbe altresì meglio intraprendere riforme per risanare il debito previsto ed emettere obbligazioni, anziché attingere a riserve interne.

Il paradosso, secondo Bloomberg, è che, nonostante un’atmosfera tesa in ambito finanziario, il Kuwait può ancora dirsi ricco. Come evidenziato dal FMI, i trasferimenti obbligatori da parte del governo alla Kuwait Authority Investment (KIA) sono pari al 10%, consentendo ad essa di possedere assets pari a circa 400 miliardi di dollari. Inoltre, al ritmo di produzione attuale, le riserve petrolifere del Paese potrebbero durare per almeno un altro secolo.

Nel panorama internazionale, anche il Kuwait ha espresso la propria posizione circa il Piano di Pace promosso dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e svelato il 28 gennaio scorso. Nello specifico, in una riunione del 3 febbraio, il governo kuwaitiano ha affermato il suo sostegno alla questione palestinese e si è detto a favore di tutti gli sforzi profusi a livello internazionale, anche da parte degli Stati Uniti, volti a raggiungere una soluzione giusta e inclusiva. Il Consiglio dei ministri kuwaitiano ha preso atto della posizione del Kuwait e della sua disponibilità a sostenere il popolo palestinese in tutti i forum internazionali, al fine di realizzare i propri diritti legittimi. Ciò dovrà essere raggiunto nel quadro delle legittime risoluzioni già prese a livello internazionale, tra cui quella che prevede l’istituzione, per i palestinesi, di uno Stato indipendente e sovrano, secondo i confini del 1967, e con capitale Gerusalemme Est.

Il Kuwait rappresenta un alleato degli Stati Uniti. Il suo sistema politico è stato descritto come il più “aperto” tra le nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), in cui il Parlamento può sia approvare leggi sia mettere in discussione la posizione e l’operato di un ministro. Il Kuwait è inoltre stato il primo Paese del Golfo ad aver ratificato, nel 1962, una costituzione che prevedesse la formazione di un Parlamento. Il governo, invece, è presieduto da un premier eletto dall’emiro ed è quest’ultimo ad avere l’ultima parola su questioni statali. Le cariche di grado superiore vengono poi assegnate ai membri della famiglia al potere.

Sul fronte internazionale, il Kuwait, insieme all’Oman, è uno dei Paesi del Golfo relativamente pacifico, caratterizzato da una politica estera indipendente e da una posizione neutrale. Lo Stato ha svolto un ruolo rilevante nel mediare la crisi del Golfo, scoppiata il 5 giugno 2017, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, con l’accusa di aver finanziato e sostenuto le organizzazioni terroristiche. Successivamente, il primo gennaio 2018, il Paese, dopo una pausa di circa 40 anni, è divenuto membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’organo dell’organizzazione internazionale, la cui responsabilità principale è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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