Israele alla ricerca di una “normalizzazione dei rapporti” in Africa

Pubblicato il 4 febbraio 2020 alle 14:49 in Israele Sudan Uganda

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è recato in Uganda, lunedì 3 febbraio, per una visita diplomatica volta a rafforzare le relazioni con gli Stati africani, a una settimana circa dalla rivelazione del “Piano di pace” per il Medio Oriente. Qui, il premier ha incontrato il capo del Consiglio di transizione del Sudan, il generale Abdel-Fattah al-Burhan, un colloquio rimasto segreto e annunciato solo dopo. “Abbiamo concordato di iniziare un processo di cooperazione che porterà alla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi”, ha scritto Netanyahu su Twitter, aggiungendo: “Un evento storico!”. Sembra che solo un piccolo circolo di alti ufficiali sudanesi, sauditi ed egiziani sapesse dell’incontro con al-Burhan.

L’ufficio del premier israeliano ha riferito che la visita è stata organizzata in seguito all’invito del presidente ugandese, Yoweri Museveni. “Il Sudan si sta muovendo in una direzione nuova e positiva e il primo ministro ha espresso la sua posizione al Segretario di Stato americano”, ha reso noto l’ufficio del premier, riferendosi ai progressi fatti nel tentativo di rimozione del Sudan dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo. Domenica 2 gennaio, il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha avuto un colloquio telefonico con al-Burhan in cui ha invitato il leader sudanese a visitare gli Stati Uniti. Una data precisa, tuttavia, non è ancora stata fissata.

Secondo quanto reso noto dal quotidiano The Washington Post, un alto ufficiale sudanese ha riferito che l’incontro in Uganda sarebbe stato orchestrato dagli Emirati Arabi Uniti, sempre con la finalità di “accelerare” il processo di rimozione del Sudan dalla lista americana del terrorismo. Khartoum era stata accusata, negli anni ’90, di aver ospitato Osama Bin Laden e altri terroristi ricercati. In più, sotto il dominio dell’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, il Sudan era stato accusato di essersi offerto come passaggio strategico per l’Iran per la fornitura di armi ai militanti palestinesi della Striscia di Gaza.

Il Sudan fa parte della Lega Araba e, come gli altri membri dell’organizzazione, ha rigettato il “Piano di pace” per il Medio Oriente elaborato dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump. La Lega ha espresso il suo supporto al popolo palestinese durante un meeting d’emergenza, tenutosi sabato 1 febbraio.

Per Israele, la visita africana segna un passo importante verso la ricerca di un miglioramento delle relazioni con i Paesi arabi e africani. Si tratta di un momento delicato per Netanyahu, che cerca di essere rieletto a marzo mentre affronta un’ondata di accuse per corruzione. Il premier israeliano si è recato in Uganda per “tornare in Africa alla grande” e convincere il Paese dell’Africa orientale ad aprire una propria ambasciata a Gerusalemme. Israele sta corteggiando da diverso tempo gli Stati africani e sta cercando di normalizzare le relazioni con quelli a base musulmana per ottenere il loro appoggio in sede ONU e in altre sedi internazionali. Nel 2016 sono stati ripristinati i rapporti diplomatici con la Guinea mente nel 2019 sono stati normalizzati quelli con il Ciad.

Il Sudan aveva ospitato il summit della Lega Araba immediatamente successivo alla guerra dei 6 giorni del 1967, conclusosi con la definizione della regola dei 3 no: “No alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele e no alle negoziazioni con Israele”. Il consenso intorno a questo postulato crollò quando l’Egitto firmò un trattato di pace con Israele, nel 1979 e, negli ultimi anni, si è ulteriormente indebolito quando Tel Aviv ha iniziato a migliorare i rapporti con le nazioni del Golfo che condividono la sua preoccupazione nei confronti dell’Iran. Incrementare i rapporti diplomatici con il Sudan rappresenterebbe un ulteriore traguardo diplomatico per Israele. Al momento, solo due Stati arabi, ovvero l’Egitto e la Giordania, hanno stretto la pace con Tel Aviv.

Le manifestazioni in Sudansono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento dell’ex presidente al Bashir. Il leader sudanese è stato rimosso dal potere l’11 aprile, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

Il 14 dicembre, l’ex presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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