Siria: 4 soldati turchi morti a Idlib, Erdogan risponde

Pubblicato il 3 febbraio 2020 alle 10:38 in Siria Turchia

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Il Ministero della Difesa turco ha annunciato, lunedì 3 febbraio, che 4 dei suoi soldati sono stati uccisi e altri 9 sono rimasti feriti a seguito di bombardamenti condotti dalle forze del regime siriano contro Idlib, nel Nord-Ovest della Siria. La Turchia si è detta determinata a proseguire le proprie operazioni nell’area.

In particolare, il Ministero ha affermato che membri del regime siriano hanno altresì sparato, con artiglieria pesante, contro le forze turche inviate nell’area per prevenire gli scontri a Idlib, ma, dal canto suo, l’esercito turco è riuscito a rispondere all’attacco, distruggendo i cosiddetti “obiettivi nemici” situati nel governatorato, a seguito di bombardamenti. Secondo quanto riportato da fonti locali, tali attacchi hanno causato morti e feriti sia tra le file delle forze del regime, sia tra quelle turche. Per l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, il bilancio è stato pari a 6 soldati siriani. Il portavoce della presidenza turca, İbrahim Kalin, nel confermare la risposta di Ankara, ha affermato: “Il sangue dei nostri martiri non sarà invano”.

In tale quadro, in una conferenza stampa del 3 febbraio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in riferimento all’attacco e al contrattacco precedentemente riportati, ha affermato che il suo Paese ha risposto in modo adeguato, e che Ankara è determinata a proseguire nelle sue operazioni in Siria, con il fine di rispondere a qualsiasi attacco contro le proprie forze. “Non staremo a guardare mentre le forze del regime siriano attaccano i nostri soldati a Idlib” ha affermato Erdogan. A detta del presidente turco, tra 30 e 35 membri dell’esercito del regime siriano sono stati neutralizzati. Non da ultimo, il capo di Stato turco si è rivolto altresì a Mosca, invitandola a non interferire con le operazioni turche e a non porre ostacoli alle risoluzioni promosse da Ankara.

L’episodio del 3 febbraio giunge dopo che l’1 febbraio, i ribelli siriani, sostenuti dalla Turchia, hanno attaccato il Nord-Est di Aleppo, controllato dal governo del presidente siriano Bashar Al-Assad, riaprendo un nuovo fronte nella guerra civile. In particolare, l’attacco ha avuto luogo nei pressi della città di al-Bab, controllata sin dal 2017 dalla Turchia e dai suoi alleati dell’opposizione anti-Assad. In tale occasione, Erdogan, nella sera del 31 gennaio aveva minacciato di lanciare una nuova operazione militare in Siria, se non fossero stati frenati i raid aerei russi e l’offensiva del governo di Damasco. Il leader aveva sottolineato che gli attacchi nella regione siriana di Idlib stanno creando una nuova ondata di rifugiati, che Ankara non può sostenere.

Nel frattempo, nella sera del primo febbraio, le forze di Assad sono riuscite ad avanzare verso la città strategica di Saraqib, situata nella periferia Sud-orientale di Idlib, a seguito di un bombardamento condotto attraverso decine di raid e barili esplosivi. Ciò, mentre le forze russe hanno condotto intensi attacchi contro diverse aree situate nella periferia di Aleppo. Parallelamente, l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha altresì riferito dell’ingresso di cinque convogli militari di Ankara, composti prevalentemente da carri armati e camion adibiti al trasporto truppe, diretti verso Idlib e Aleppo. Inoltre, il governo turco, secondo quanto riferito da fonti di Ankara, ha istituito nuove postazioni difensive e offensive sulle strade internazionali Damasco-Aleppo-Latakia, note come M4 e M5.

La Turchia è sostenitrice dei ribelli protagonisti del conflitto civile siriano, il cui obiettivo principale è la caduta del regime di Assad. Ankara ha ripetutamente chiesto al presidente siriano di dimettersi e si è poi unita all’Iran e alla Russia, nel tentativo di trovare una soluzione politica al conflitto. Il perdurante conflitto civile in Siria ha avuto inizio il 15 marzo 2011. A causa della guerra, metà dei 3 milioni di abitanti dell’area Nord- occidentale del Paese è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive di Assad. Sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti, nel Nord-Ovest del Paese, hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia. Le forze armati fedeli al governo siriano hanno ripreso il controllo della città di Maarat al-Nu’man, situata in una posizione strategica nella regione, il 29 gennaio 2020.

Circa la presenza turca in Siria, il 9 ottobre scorso, è stata lanciata l’operazione “Fonte di pace”, promossa dal presidente Erdogan, con l’obiettivo di allontanare i militanti curdi dalla regione. L’operazione in Turchia, secondo Erdogan, era necessaria per salvaguardare la sicurezza turca contro tali fazioni, oltre ad essere funzionale a rimpatriare alcuni dei 3.6 milioni di rifugiati siriani che Ankara ospita. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre. Tuttavia, i combattimenti sono continuati in alcune città. Il 22 ottobre, infine, il presidente turco ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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