Le posizioni del mondo rispetto al Piano per la Pace in Medio Oriente di Trump

Pubblicato il 3 febbraio 2020 alle 20:40 in Israele Palestina

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Quali sono le posizioni delle principali potenze mondiali e regionali sul Piano per la Pace in Medio Oriente proposto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tra le condanne e i silenzi del mondo musulmano e le critiche dei Paesi occidentali. 

Trump ha svelato il tanto atteso Piano per la Pace in Medio Oriente, il 28 gennaio, in occasione di un incontro con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca. Tra le proposte, una Gerusalemme unificata sotto Israele e un para-Stato, con sovranità limitata, per i palestinesi. 

Il presidente dell’Autorità Palestinese, parlando da Ramallah, in Cisgiordania, ha immediatamente definito il progetto “una cospirazione”, che non poteva essere degna di seria considerazione. “Diciamo mille volte: no, no, no”, ha affermato Abbas. Il presidente ha poi indetto un incontro di emergenza della leadership palestinese nella stessa Ramallah, includendo i rappresentanti di Hamas della Cisgiordania e tutti quelli che intendevano “combattere contro l’accordo americano”. “Resisteremo al piano con mezzi pacifici e popolari”, ha sottolineato Abbas. Il presidente dell’Autorità palestinese aveva rifiutato la proposta statunitense già prima che fosse svelata, criticandone la parzialità a favore di Israele. Durante il suo discorso di presentazione, il 28 gennaio, Trump è stato affiancato solo da Netanyahu e nessuna personalità della leadership palestinese era presente all’incontro, non avendo partecipato in alcun modo alla stesura del piano. Da parte sua, l’Autorità Palestinese aveva già tagliato i legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense aveva annunciato il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre del 2017, e aveva trasferito la propria ambasciata nella città, il 14 maggio 2018. Gli Stati Uniti hanno anche azzerato il sostegno economico all’agenzia delle Nazioni Uniti che supporta i palestinesi, l’UNRWA, tagliando aiuti per centinaia di milioni di dollari. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese a Washington. 

La Turchia, da parte sua, si è profondamente indignata per il Piano per la Pace di Trump, definito come totalmente unilaterale. Il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, ha dichiarato che la proposta degli Stati Uniti per il Medio Oriente è “nata morta” e ha specificato che il progetto consisteva in un “piano di annessione”, che era destinato a distruggere le speranze di una possibile soluzione del conflitto israelo-palestinese. “Il popolo palestinese e la sua terra non possono essere acquistati con il denaro”, aveva poi affermato il Ministero degli Esteri turco in una dichiarazione, in riferimento al possibile stanziamento di 50 milioni di dollari per il nuovo para-Stato palestinese, secondo il Piano. “Non consentiremo alcun passo che legittimi l’occupazione e la persecuzione da parte di Israele. Resteremo sempre al fianco dei palestinesi, nostri fratelli, e lavoreremo per una Palestina indipendente sul territorio palestinese”, ha aggiunto il Ministero, ribadendo che Ankara non sosterrà alcun piano che non sia accettato anche dalla Palestina. Inoltre, una folla di manifestanti turchi si è riunita davanti al consolato statunitense di Istanbul, poco dopo l’annuncio di Trump, il 28 gennaio, per partecipare a una protesta organizzata dalla ONG turco-islamica, Islamic Relief.   

Il re giordano, Abdullah II, il 31 gennaio, ha ribadito la “ferma posizione” della Giordania sulla questione, in una conversazione telefonica con il presidente dell’Autorità Palestinese Abbas. Il sovrano ha affermato che Amman starà accanto al popolo palestinese per creare uno Stato indipendente, basato sui confini pre-1967, con Gerusalemme Est come capitale. Sebbene le statistiche sulla popolazione non siano accurate, almeno la metà dei cittadini giordani è di origine palestinese, con 2,1 milioni di rifugiati palestinesi ancora presenti nel Paese. Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ad Amman e in altre città della Giordania, sempre il 31 gennaio, per protestare contro il Piano di Pace per il Medio Oriente. Nella capitale, i partecipanti alle proteste hanno cantato cori e marciato di fronte all’iconica Moschea Al-Husseini, circondati da numerosi agenti di sicurezza. Tali manifestazioni hanno però riguardato tutto il Paese e sono state organizzate da una coalizione di partiti giordani, tra cui il movimento islamista e una vasta gamma di associazioni studentesche e della società civile. I partecipanti hanno bruciato bandiere israeliane e hanno chiesto al governo di opporsi in modo deciso al piano, chiedendo l’espulsione dell’ambasciatore israeliano in Giordania e l’annullamento del trattato di pace Israele-Giordania del 1994.

Per quanto i Paesi del Golfo, invece, le posizioni sono state meno chiare. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar hanno inizialmente elogiato il progetto. Gli Emirati Arabi Uniti, nello specifico, lo hanno definito “una seria iniziativa che affronta molte questioni sollevate nel corso degli anni”. L’Arabia Saudita è stata ringraziata dalla Casa Bianca nel Piano per la Pace stesso, per la sua collaborazione nel processo di stesura. Quando i punti principali dell’iniziativa sono stati svelati, Riad ha affermato di aver “apprezzato” gli sforzi di Trump e che tale proposta poteva essere un punto di partenza per colloqui diretti tra Israele e palestinesi. Tali posizioni hanno causato una reazione di critica molto forte da parte della Turchia. In seguito, c’è stato un cambio di posizione e, il 1 febbraio, la Lega Araba, un’organizzazione internazionale di cui l’Arabia Saudita è un membro molto rilevante, nonché fondatore, ha rilasciato un comunicato in cui rigettava il Piano per la Pace in Medio Oriente. La Lega Araba non collaborerà con gli Stati Uniti per eseguire il piano, si legge nel documento, che invita, inoltre, Israele a non attuare l’iniziativa con la forza. 

L’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), allo stesso modo, in un incontro tenutosi il 3 febbraio a Jeddah, in Arabia Saudita, ha rifiutato il piano. Il progetto proposto dagli Stati Uniti è stato definito “fazioso” e in linea soltanto con gli interessi israeliani. Pertanto, i diversi membri dell’organizzazione non si sono detti a favore di quanto proposto e, al contrario, hanno espresso il proprio rifiuto verso mosse che favoriscano la sua attuazione e verso una eventuale cooperazione con l’amministrazione statunitense. In una dichiarazione rilasciata dai ministri degli Esteri presenti all’incontro, è stato affermato che il piano “americano-israeliano” è da rifiutarsi perché non soddisfa le aspirazioni del popolo palestinese e i suoi diritti legittimi. L’OIC, che rappresenta oltre 1.5 miliardi di musulmani nel mondo, ha sottolineato la centralità della causa palestinese e, in particolare, l’importanza di Gerusalemme per l’intero mondo islamico. Il Qatar non fa parte dell’OIC, ma Riad e Abu Dhabi hanno preso parte all’incontro. “Siamo tenuti a mostrare solidarietà al popolo palestinese e alla sua giusta causa” sono state le parole del ministro saudita, cui si sono aggiunte quelle dell’omologo emiratino, Anwar Mohammed Qarqash, con cui ha affermato il sostegno storico e continuo degli Emirati Arabi Uniti alla causa palestinese e ai legittimi diritti della popolazione palestinese.

L’Egitto, da parte sua, si è mostrato favorevole al Piano inizialmente e lo rimane tutt’oggi. Il ministero degli Affari Esteri egiziano ha rilasciato una dichiarazione in cui ha fatto appello alle parti in causa chiedendo di prendere in considerazione la proposta statunitense per risolvere il conflitto israelo-palestinese. “La Repubblica Araba d’Egitto apprezza i continui sforzi compiuti dall’amministrazione statunitense per raggiungere una soluzione globale e giusta della questione palestinese, contribuendo così alla stabilità e alla sicurezza del Medio Oriente, ponendo fine al conflitto israelo-palestinese”, ha affermato il Ministero degli Esteri, il 28 gennaio. Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, e Trump hanno stretto ottimi rapporti durante gli ultimi anni e si sono spesso supportati in numerose questioni internazionali. Il 3 febbraio, il Middle East Monitor ha riferito che le autorità egiziane hanno richiesto alla stampa di riferirsi al Piano statunitense, chiamandolo “Accordo del Secolo” o “Piano di Pace”. Inoltre, è stato proibito di riportare le opinioni riguardanti tale progetto che provenissero da esperti dell’Università Al-Azhar, una prestigiosa istituzione della capitale egiziana, Il Cairo, considerata la più grande scuola religiosa del mondo islamico. 

L’Europa, invece, ha condannato la proposta statunitense. Il piano dell’amministrazione Trump per la pace israelo-palestinese “sfida molti dei parametri concordati a livello internazionale” per porre fine al conflitto, ha dichiarato il 2 febbraio l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Josep Borrell. Questo ha affermato che l’iniziativa USA mette in discussione la possibilità di creare due Stati indipendenti lungo i confini del 1967, che vivono fianco a fianco in pace, sicurezza e reciproco riconoscimento. Parlando in Giordania, Borrell ha affermato che Amman “svolge un ruolo molto speciale” negli sforzi per porre fine al conflitto, rilevando il suo ruolo di custode di siti sacri a Gerusalemme. “Condividiamo l’impegno per una soluzione a due stati e il rispetto del diritto internazionale”, ha aggiunto. In tale contesto, rimane fuori dal coro, invece, la posizione del Regno Unito, uscito dall’UE alla mezzanotte del il 31 gennaio. Il segretario degli Esteri, Dominic Raab, ha dichiarato di ritenere il Piano di Trump “una proposta seria”, risultato di un lungo e impegnativo lavoro. Anche il premier britannico, Boris Johnson, ha accolto con favore il documento presentato dal capo della Casa Bianca, evidenziando come questo preveda una soluzione a 2 Stati e riconosca Gerusalemme come capitale di Israele e dei palestinesi. La proposta statunitense, nello specifico, propone di creare una nuova capitale per il para-Stato palestinese, che includa alcune zone di Gerusalemme Est. 

Infine, anche la Russia si è opposta al Piano per la Pace. Il 2 febbraio, le agenzie di stampa russe hanno citato un portavoce del Cremlino affermando che il piano è in contrasto con diverse risoluzioni delle Nazioni Unite, mettendone in dubbio la fattibilità. “Vediamo la reazione dei palestinesi, vediamo la reazione di una vasta gamma di Stati arabi che si sono schierati con i palestinesi nel respingere il piano. Questo, ovviamente, fa pensare alla sua fattibilità”, ha riferito Dmitry Peskov.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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