Sudan: indagine sul caso dei cittadini reclutati dagli Emirati Arabi Uniti come mercenari

Pubblicato il 2 febbraio 2020 alle 7:29 in Emirati Arabi Uniti Sudan

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Il Sudan ha avviato un’indagine sul caso dei cittadini sudanesi reclutati come mercenari in Libia e Yemen, dopo essere stati assunti come “guardie di sicurezza” da una compagnia degli Emirati Arabi Uniti. La notizia è stata diffusa dal Ministro degli Esteri di Khartoum che ha riferito di essere intenzionato ad esaminare la vicenda. Il caso è esploso quando alcuni cittadini hanno organizzato un sit-in fuori dall’edificio del Ministero, esattamente una settimana fa, e fuori dall’ambasciata degli Emirati a Khartoum. L’accusa mossa al Paese del Golfo è quella di aver avallato il reclutamento di cittadini sudanesi in qualità di mercenari, dietro false promesse. Sono circa 50 gli uomini che dichiarano di essere stati mandati in Libia e Yemen dalla compagnia emiratina. Abdullah Al-Tayeb Yusuf, uno dei manifestanti accorsi davanti al Ministero, ha dichiarato, secondo quanto riportato dal quotidiano The New Arab, che suo fratello era stato chiamato negli Emirati Arabi Uniti, a ottobre, dopo aver risposto a un annuncio di lavoro per il ruolo di “guardia di sicurezza”. Al suo arrivo nel paese, tuttavia, il fratello di Yusuf sarebbe stato costretto a vivere in un campo di addestramento militare insieme a circa altri 150 uomini. “Mio fratello mi ha detto di essere stato addestrato negli Emirati Arabi Uniti a maneggiare armi pesanti e che gli è stata data la possibilità di andare in Yemen o in Libia con l’offerta di una grande somma di denaro”, ha detto Yusuf.

Il ministero degli Esteri del Sudan ha fatto sapere che indagherà sulle accuse insieme alle autorità degli Emirati. “Il Ministero degli Affari Esteri e altre istituzioni statali competenti affermano il loro impegno a garantire la sicurezza dei sudanesi che lavorano per l’azienda emiratina e assicurano che saranno compiuti sforzi intensi per rassicurare le famiglie dei cittadini interessati”, ha detto in una nota.

La società accusata della campagna di reclutamento, Black Shield, ha rilasciato una dichiarazione negando le affermazioni e definendole “fuorvianti”. “La compagnia si riserva il diritto di prendere qualsiasi misura legale e giudiziaria contro chiunque l’abbia offesa”, ha detto.

Circa la questione libica, gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito aiuti militari al generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, negli ultimi quattro anni, in quasi tutte le sue guerre a Bengasi, Derna e nella regione meridionale della Libia, e lo stanno attualmente supportando nella sua offensiva contro Tripoli. Il Ministro degli Esteri degli UAE, Anwar Gargash, ha affermato che il proprio Paese sostiene Haftar nelle operazioni riguardanti la lotta al terrorismo e ai gruppi estremisti, sostenuti dalla Turchia. Al-Sisi è, a sua volta, un sostenitore dell’uomo forte di Tobruk, considerato un baluardo contro la minaccia islamista, soprattutto a seguito della sua missione nel Sud della Libia.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. Tra i partecipanti, anche Haftar e al-Sarraj, i quali, tuttavia non si sono seduti al tavolo delle discussioni ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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